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16 Maggio 2021

Pass vaccinale e tamponi: da annunci soluzione a possibile problema per i sanitari

di Norberto Maccagno


Da oggi 16 maggio per spostarsi in Italia per turismo in zone di colore diverso dal giallo si dovrebbe essere stati vaccinati con due dosi da non oltre sei mesi, essere guariti da Covid da meno di sei mesi, oppure avere effettuato un tampone negativo nelle 48 ore precedenti. Il condizionale è d’obbligo perché la norma è presente in via sperimentale nel Decreto legge 44 (quello che introduce anche l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari) e la scadenza era stata ribadita dal Presidente Draghi durante il G20, ma del pass, ad oggi, non c’è traccia.  

Fortunatamente, ad esclusione della Valle d’Aosta, tutte le regioni saranno gialle e quindi il problema, per ora non si pone. Ma si potrebbe porre quando a giugno dovesse entrare in vigore il Pass Europeo (che ogni Stato potrà adottare o meno) ed in Italia si potrà tornare a teatro, nei palazzetti e ad altri eventi al chiuso. All’aperto non dovrebbe essere richiesto come non è richiesto per spostamenti per motivi di lavoro, salute o per raggiungere le seconde case.  

Ad oggi non si capisce neppure bene chi rilascerà il pass (Regione, ASL, medico di base?) che nell’intenzione del Governo dovrebbe essere un documento specifico con QR code (e non il foglio di avvenuta vaccinazione), documento però già contestato dal Garante della Privacy ancora prima della sua nascita. La Regione Piemonte, tra le prime, ha annunciato che da martedì 17 maggio i vaccinati potranno scaricarlo direttamente dalla propria ar ea riservata del portale regionale.  

La questione pass vaccinale, o meglio green pass, sembra quindi l’ennesimo annuncio nato male, che però è sempre una norma pure non chiara. L’abbiamo già detto: anche la pandemia dell’annuncio trasformato in decreto ha fatto danni.  

Norma che interessa direttamente gli operatori sanitari, prima categoria ad essere stata vaccinata che già da giugno ma certamente ad agosto, potrebbero vedersi impossibilitati a viaggiare in quanto sarebbero passati sei mesi dalla seconda dose e forse neppure poter più lavorare, almeno secondo quanto ha detto il presidente FNOMCeO Filippo Anelli, lanciando nei giorni scorsi un accorato appello al Ministro della Salute Roberto Speranza ad aprire un confronto, ribadendo il “disagio intollerabile in tutte le componenti della Professione”.  

E tra i disagi sottolineati anche quello del pass vaccinale.  

Scrive Anelli: “L’ultima goccia, il “green pass”: con la sua durata di sei mesi dalla vaccinazione, escluderebbe di fatto i medici, vaccinati a gennaio, dalla possibilità di spostarsi, di accedere a servizi.  E forse persino, in assenza del richiamo, dalla possibilità di stare in corsia. Creando, in ogni caso, problemi burocratici e organizzativi, in un contesto di scarsità di vaccini. Problemi che si potrebbero evitare: i primi studi - tra cui uno su quella naturale, condotto dal San Raffaele in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità suggeriscono una durata maggiore dell’immunità, di almeno otto mesi”.  

Anche il vice ministro Pierpaolo Sileri lo aveva sottolineato nell’intervista concessa ad Odontoiatria33, quando proprio sulla scadenza del green pass, diceva che i dati sembrano indicare che l’immunizzazione va oltre i sei mesi e comunque ci vuole buon senso.  

Quel buon senso che in tutto quest’anno pandemico la Politica ha spesso dimenticato, o non applicato anche nel comunicare.  

Così il green pass (strumento certamente utile) rischia di creare più problemi, burocratici e pratici, che soluzioni. Lo stesso Decreto che impone l’obbligo vaccinale ai sanitari, come evidenza Anelli, rischia di fare diventare non più idonei al lavoro (perché l’immunizzazione sarebbe scaduta per decreto) chi è stato vaccinato per primo.  

Alto aspetto legato sempre alla possibilità di fare circolare in sicurezza le persone, è quello dei tamponi e di conseguenza della tracciabilità.

Già a novembre il prof. Roberto Burioni in una video intervista ad Odontoiatria33 suggeriva che una volta approvati i test rapidi (al tempo non erano ancora stati validati), il tampone poteva essere lo strumento che avrebbe permesso alla gente di uscire di casa e fare attività: andare al cinema, a teatro, in palestra e sedersi al tavolo del tanto agognato ristorante. Faccio il tampone, se negativo vado dove credo.  

Peraltro, la tracciabilità stava, e starebbe ancora, alla base della lotta alla pandemia. Scovare tutti i positivi per farli rimanere a casa prima che infettino altri, avrebbe evitato di far circolare il virus con insistenza. Durante la pandemia ne abbiamo parlato più volte, ipotizzando che anche gli odontoiatri potessero essere coinvolti nell’effettuare i tamponi ai propri pazienti.  

Probabilmente allo Stato sarebbe anche costato meno fare tamponi periodici e gratuiti a tutta la popolazione, che chiudere le attività e dare i ristori.  

Il dubbio, ad oltre un anno dall’inizio della pandemia si ripropone con l’obbligo di tampone per poter viaggiare e sugli strumenti da utilizzare. Certo, chi arriva in aereo lo fa direttamente in aeroporto (ma può rifiutarsi), chi torna dall’estero, magari in auto, lo deve fare. Ma poi lo fa?   Considerando che la variante indiana non arriva per posta, qualcuno dovrà averla portata dall’India.  

A riportare il dibattito sull’efficacia del testing per individuare positivi ed asintomatici è Federfarma a proposito dei test rapidi fai da te che potrebbero essere introdotti sul mercato anche in Italia, come ha informato nei giorni scorsi Farmacista33 dando conto di quanto emerso durante un evento online organizzato dalla Onlus Giuseppe Dossetti sul valore del testing nella pandemia. Secondo gli esperti che hanno partecipato al dibattito, il testing è stato sempre al centro di tutta la pandemia, ma non si è riusciti –hanno evidenziato- a renderlo protagonista e avere uno strumento diagnostico in più che consenta di intercettare e testare i cittadini è una soluzione da prendere in seria considerazione. Per Marco Cossolo, presidente Federfarma, sul tema dei test fai da te ha ricordato come gli “antigenici oggi in commercio possono essere eseguiti esclusivamente da personale sanitario, tanto che c'è una sospensiva del Consiglio di Stato, pertanto dire che in Italia si possa vendere al grande pubblico un test di auto diagnosi non è vero”.  

E poi c’è la questione tracciamento, dice giustamente Cossolo a propositi degli auto test: “la responsabilità di auto denuncia del cittadino è solo in capo a lui con il self test, è chiaro che ha bisogno di un sistema per funzionare con il tracing”.  

E chi si autodenuncerà se poi è costretto a stare in casa per due settimane, costringendo alla quarantena anche i familiari che chi ha avuto stretto contatto?  

Una questione di etica direte voi. Così come ha sottolineato allo stesso evento online anche Salvatore Amato, presidente dell'Ordine dei medici di Palermo “In una situazione in cui la crisi economica imperversa in Italia chi denuncerebbe la propria eventuale positività, rinunciando a lavorare? Qualora un cittadino non dovesse segnalare la positività salterebbe l'intero tracciamento. Come Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri siamo dunque contrari a un test che verrebbe eseguito privatamente senza l'ausilio di un operatore sanitario. È necessario, invece, che i risultati di test simili debbano essere trasmessi alle Asl competenti. È necessario, dunque, che il mondo della sanità si interroghi su questo strumento diagnostico, prendendo una decisione univoca e chiara, confrontandosi con la politica”.  

Però non ci si doveva interrogare su questo un anno fa?  

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