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24 Aprile 2022

Parliamo di Erasmus, di ASO che tolgono le bande ortodontiche e del perché conseguire il diploma di specialità

di Norberto Maccagno


Nei video incontri domenicali cerco di approfondire argomenti meno considerati nel dibattito di settore. Tra questi andare all’estero per fare esperienza, pur laureandosi in Italia.
Un percorso formativo utilizzato da milioni di studenti di vari indirizzi in tutta Europa, italiani inclusi, che consente di frequentare i corsi universitari, della scuola secondaria, degli istituti professionali in altri Paesi europei grazie al progetto Erasmus. Stando al sito ufficiale, dal 1987 (anno di attivazione) sono stati quasi 600 mila gli studenti italiani ad averlo utilizzato.  

Non ho trovato dati specifici, ma credo siano pochi gli studenti di Odontoiatria ad averne approfittato.   Studiare all’estero, nel settore dentale, è probabilmente visto come la via d’uscita per potersi laureare e poi tronare a lavorare in Italia, e non come un’opportunità per confrontarsi con colleghi di altri Paesi.  

Ma, forse, molti studenti che frequentano i vari Atenei sede di corso di laurea in Odontoiatria, solamente non hanno mai pensato a questa possibilità.  

Lo ha fatto la dott.ssa Ornella Rossi, che mentre si laureava all’Insubria di Varese e poi una volta laureata mentre studiava per ottenere il diploma di specializzazione in ortognatodonzia, ha chiesto ed ottenenuto, di svolgere parte della propria formazione pratica all’estero. Prima a Lisbona, poi in Svizzera ed in Germania.  

Per questo motivo l’abbiamo sentita, per capire come funziona, quali le opportunità, quale è stata la sua esperienza, magari per stimolare altri studenti ad intraprendere questo percorso di formazione e confronto, che la dott.ssa Rossi ha definito estremante positivo ed utile.   Frequentare all’estero svolgendo l’attività clinica, ci ha raccontato, consente soprattutto di vivere l’odontoiatria del posto sia dal punto di vista clinico ma anche operativo e perché no, anche normativo, confrontandola con quella italiana.  

Così, per esempio, durante il suo stage svolto all’estero (in Germania), per completare il percorso di specializzazione, frequentando uno studio di ortognatodonzia ha notato la differente organizzazione non tanto nella gestione del paziente ma nei ruoli e nelle mansioni del Team odontoiatrico.
Le ASO svolgono alcune mansioni cha da noi sono riservate al clinico come, per esempio, togliere le bande a fine terapia ed altre pratiche da noi non consentite”, ci ha raccontato ammettendo da prima lo stupore (vedendola da italiana) ma poi positivamente costatando che affidando all’ASO queste attività, permette all’ortodontista di avere più tempo da dedicare ai pazienti, alla clinica ed alla terapia.

Certo, ci ha detto, il percorso per diventare ASO in Germania prevede un corso di formazione di tre anni con successivo esame.  

Con la dott.ssa Rossi, in quanto “specialista”, ho cercato anche di capire come vede la polemica sull’obbligo del diploma di specialità per lavorare nel pubblico e come mai ha scelto di specializzarsi invece di frequentare corsi specifici non universitari. Interessante il passaggio sulla questione della non retribuzione degli specializzandi odontoiatri a differenza di quanto accade per quelli in medicina. “Entrambi curiamo i pazienti nel nostro percorso formativo, non è una questione economica è una forma di rispetto”, dice.  

Infine, la domanda che faccio a tutti i giovani odontoiatri che ho l’occasione di sentire: ha intenzione di aprire in futuro un proprio studio, magari anche con altri suoi colleghi e sceglierebbe di lavorare in un ambulatorio odontoiatrico pubblico?  

Per conoscere le risposte dovrete vedere (o anche solo ascoltare, magari mentre siete in viaggio in questo ponte del 25 aprile) la video chiacchierata che trovate sotto.  




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