Sembra una ovvietà ma non credo che questa affermazione sia un percepito di voi dentisti quando si parla di società odontoiatriche, di “Catene”.
Invece l’aveva chiaro il legislatore quanto nel 2017, con la Legge sulla Concorrenza, ha messo ulteriori “paletti” per l’imprenditore proprietario dello studio, ribadendo che la cura la può fare solo un iscritto all’Albo degli odontoiatri ed a vigilare che tutto si svolga nella tutela del paziente deve essere un altro iscritto all’Albo degli odontoiatri che decide di assumere l’incarico di direttore sanitario.
Se una di queste due figure viene meno, lo studio non può svolgere le funzioni per cui è stato autorizzato: curare le persone.
Quindi, se il dentista o il direttore sanitario non accettano le regole che impone il “padrone” dello studio (imprenditore odontoiatria o imprenditore esterno poco cambia), se ne vanno e se nessuno accetta di lavorare a quelle regole, lo studio è costretto a chiudere.
Da sempre quando sento i vostri rappresentanti sindacali invocare il rischio che l’imprenditore punti solo al profitto imponendo al dentista di scegliere e indicare al paziente le terapie più convenienti all’impresa-studio e non alla salute (ed al portafogli) del paziente penso: ma se il dentista non è convinto, se ne vada, senza di lui lo studio non può esistere e se rimane diventa connivente.Ed invocare il “tengo famiglia”, il sono costretto perché se non accetto arriva un altro al mio posto, non mi sembra una scusante valida, oltre a dimostrare di avere una bassa considerazione dell’etica e della deontologia dei propri colleghi.
Il coltello dalla parte del manico l’avete voi dentisti. Se tutti i dentisti decidessero che le “catene” sono il male, e nessuno va più a lavorarci, queste chiudono.
“Ma dai”, direte voi con tono ironico ricordandomi che questo è reale solo sulla carta.
Certo, e forse anche perché in molte “catene” vi trovate bene ed il rapporto è onesto e deontologicamente corretto.
Ma la prova che il mio ragionamento è realistico, arriva da Oristano dove un centro odontoiatrico, appartenente ad una società veneta proprietaria di alcuni studi, ha chiuso. Si veda il nostro approfondimento.
Le motivazioni che Odontoiatria33 ha raccolto sono che lo studio era in vendita, i tre dentisti che ci lavoravano non sembra abbiano più voluto comprarlo e se ne sono andati. L’altra voce dice che i dentisti se ne sono andati perché non venivano pagati, magari in realtà le indagini faranno emergere che lo studio era in sofferenza economica, non rendeva, e non rendeva neppure per i dentisti che ci lavoravano probabilmente a percentuale. Ma qualsiasi sia la motivazione che ha spinto i dentisti a lasciare, e non ha invogliato altri a collaborare, non fa differenza, lo studio ha chiuso perché non c’erano dentisti che potevano curare i pazienti.
Come sempre ad avere i problemi sono però i pazienti, lasciati con le cure iniziate, gli acconti versati ed i finanziamenti attivati da onorare ogni mese. Il caso Dentix ha dimostrato che anche i dentisti che ci lavoravano potrebbero venire chiamati in giudizio, ma questa è un’altra storia.
Quindi, a mio parere ma l’ho già scritto più volte, la questione da normare è come tutelare il paziente da improvvise chiusure e non tanto il rispetto del Codice di deontologia medica da parte degli imprenditori, obbligo già normato dal legislatore indicando nel direttore sanitario il responsabile se le regole non sono rispettate e demandando all’Ordine il controllo e gli eventuali atti sanzionatori nei suoi confronti.
Una questione, quella della necessità di garantire che venga portata a termine la cura che è molto odontoiatrica e difficilmente paragonabile ad altri ambiti della sanità privata.
Il paziente malato entra in una casa di cura privata e ne esce quando ha terminato di usufruire dei servizi, delle cure. La clinica, prima di chiudere, dovrà ovviamente terminare le cure e dimettere i pazienti, anche perché questi sono degenti, fisicamente all’interno della clinica. Ad essere penalizzati saranno dipendenti, collaboratori, creditori, ma difficilmente i pazienti. Così come capita quando fallisce qualsiasi società in qualsiasi ambito.
Ma i pazienti di una società odontoiatrica, come tutti i pazienti odontoiatrici, cominciano una cura che si protrae per un arco di tempo molto ampio: almeno per mesi, spesso anche per anni.
Il paziente non ha nessuna garanzia che quella cura iniziata verrà terminata e neppure che i soldi che man mano vengono spesi (o finanziati) gli possano essere restituiti, soprattutto se fallisce.
Una soluzione, ne ho già scritto più volte e lo riscrivo, potrebbe essere una norma che obbliga le società a versare un fondo di garanzia (o una assicurazione obbligatoria che garantisca), magari sulla base del fatturato annuo, da utilizzare per rimborsare i pazienti qualora rimanessero con le cure interrotte in caso di fallimento o chiusura improvvisa.
Soluzione che permetterebbe anche di evitare di porci un altro quesito: ma i dentisti che stanno curando i pazienti che si sono rivolti al centro odontoiatrico di Oristano sono legittimati ad abbandonarli e non terminare le cure perché il “padrone del centro” non li paga o per qualsiasi altro motivo?
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