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15 Settembre 2007

Il laser utilizzato per pulire i canali radicolari

di Debora Bellinzani


Le tecniche laser ad alta tecnologia stanno per avere un nuovo destino nell’ambito dell’odontoiatria. Si sono dimostrate efficaci anche nell’eliminare i batteri che si trovano nei canali radicolari; questa nuova evidenza potrebbe aprire un innovativo campo di applicazione del laser nella pratica clinica.
Gli esperimenti sono stati condotti da Ulrich Loop, ricercatore della Facoltà di odontoiatria dell’Università di Vienna, in Austria, e i risultati ottenuti sono stati pubblicati dal Journal of the American Dental Association.

“Abbiamo utilizzato 60 denti umani estratti con una radice ciascuno per testare gli effetti dell’irradiazione utilizzando il tipo di laser chiamato Er,Cr:YSGG, ossia Erbio-Cromo: Ittrio (Y) Scandio Gallio Granato”, spiega Loop; “per poterne verificare l’efficacia, abbiamo inoculato nelle radici dei denti due tipi di batteri, Enterococcus faecalis ed Escherichia coli, e li abbiamo quindi irradiati sperimentando potenze di 1 e 1,5 watt.”

Dai risultati ottenuti gli autori hanno concluso che il laser Er,Cr:YSGG potrebbe essere adatto in futuro per pulire e disinfettare i canali radicolari; “noi pensiamo che questo tipo di irradiazione possa essere utilizzata in sicurezza se vengono seguite le più comuni raccomandazioni adottate per l’utilizzo di laser e se la potenza e i tempi dell’irradiazione utilizzati sono compresi nei limiti che indicano la gamma considerata priva di rischio”, conclude il ricercatore; “i risultati del nostro studio sono stati inoltre recentemente confermati da esperimenti del gruppo di lavoro di Roy Stevens della Temple University di Philadelphia, negli Stati Uniti, attraverso i quali è stata dimostrata la riduzione di Enterococcus faecalis con lo stesso tipo di laser, ma a radiazione radiale; riteniamo, però, che per una migliore definizione delle reali future possibilità offerte da questa tecnica siano necessari studi clinici che confermino i risultati degli esperimenti condotti in laboratorio.”

GdO 2007; 12

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