Gravidanza e cure odontoiatriche. Come deve comportarsi, in termini di prevenzione e terapia, una donna incinta? Anche se in genere gli odontoiatri ritengono sicuri i trattamenti più comuni, mancavano studi che supportassero scientificamente questa convinzione. Con una ricerca pubblicata su Jada lo scorso anno, ha iniziato a colmare questa lacuna il dottor Brian S. Michalowicz – professore in parodontologia presso la facoltà di odontoiatria della University of Minnesota – che, con un gruppo di colleghi, ha esaminato, in termini di sicurezza, le conseguenze su donne in stato di gravidanza di interventi come la rimozione della placca batterica dalle tasche parodontali oppure la rimozione del tartaro dalla superficie della radice.
Anche se in odontoiatria esistono certamente problematiche di gravità maggiore, basta andare su uno dei numerosi forum in cui le donne si confrontano sempre più spesso per rendersi conto di quanto, intorno a questo argomento, si concentrino mille incertezze e preoccupazioni. Le donne che vivono questa condizione sono ovviamente milioni in tutto il mondo e, secondo sondaggi condotti negli Stati Uniti, coloro che nei nove mesi di gestazione si rivolgono al dentista, anche solo per la normale profilassi, sono poche: da un quarto alla metà del totale, a seconda delle indagini effettuate e delle zone del Paese. Non c’è motivo di pensare che da noi le cose vadano molto diversamente perché, in assenza di un’adeguata informazione, si tende a lasciar prevalere le preoccupazioni che legano certi farmaci e determinate operazioni alla possibilità di costituire un rischio per il feto. Certo, è meglio limitare quanto possibile l’uso di farmaci, tuttavia ci sarebbe motivo di aumentare le attenzioni rispetto all’igiene orale, d’intensificare le cure, di rivolgersi al proprio dentista al primo insorgere di qualsiasi sintomatologia e, comunque, di sottoporsi almeno un paio di volte a visite di controllo.
In seguito alle modificazioni fisiologiche che intervengono nelle donne in stato di gravidanza, alcune patologie si presentano con maggiore frequenza, per esempio la malattia parodontale, che dipende anche dall’igiene e dalla prevenzione e può manifestarsi in forma di semplice gengivite fino a causare l’insorgenza di lesioni più gravi e la formazione di tasche parodontali.
Anche molti dentisti tendono a evitare interventi durante la gravidanza. Il motivo prevalente è il medesimo delle pazienti: il timore che i farmaci abitualmente utilizzati durante le terapie - anestetici, antibiotici e analgesici - possano costituire un danno per il regolare sviluppo del feto. E questo nonostante il fatto che pareri autorevoli - in primo luogo quelli espressi dalla U.S. Food and Drug Administration - affermino che queste cure hanno un ottimo grado di sicurezza. Ricorda Michalowicz che “sono pochi i medicinali teratogeni e anche questi sono dannosi solo in un periodo breve: la massima sensibilità si verifica durante l’embriogenesi, che avviene tra la quinta e la decima settimana di gestazione”.
Alcuni ritengono, poi, che le batteriemie insorte durante le operazioni dentistiche potrebbero portare a infezioni uterine, aumentando così il rischio di aborti e parti prematuri. Anche questo timore non è supportato da alcuna evidenza scientifica, nonostante siano stati isolati, nel liquido amniotico, alcuni dei batteri che abitualmente risiedono nella cavità orale. Infine, una delle cautele che spingono i dentisti - almeno quelli d’oltreoceano - a differire il più possibile interventi su questo tipo di pazienti è quella di evitare il più pissibile l’eventualità che fosse loro imputata la responsabilità di evetuali insorgenze di complicanze gravi, quali l’aborto o la nascita di bambini con malformazioni. Tuttavia, un’indagine condotta negli Stati Uniti avrebbe rilevato un solo episodio di causa intentata a un dentista in seguito a un bambino nato morto - causa peraltro conclusa con l’assoluzione dell’imputato.
Il lavoro del dottor Michalowicz ha lo scopo primario di fugare questa serie di timori, producendo, finalmente, dati scientifici oggettivi sull’argomento. In che modo?
“Abbiamo utilizzato i dati di uno studio clinico randomizzato controllato, condotto per determinare se la terapia parodontale in donne incinte influisca sul rischio di parto prematuro. Abbiamo inoltre controllato possibili conseguenze negative dei trattamenti odontoiatrici essenziali e dell’uso di anestetici durante gli interventi parodontali non chirurgici. Per quanto ne sappiamo, il nostro è il primo studio che ne documenta la sicurezza mediante un’indagine statistica di questo tipo.”
Gli autori hanno esaminato 823 donne in stato di gravidanza affette da parodontite. Il reclutamento per la sperimentazione è avvenuta in cliniche ortopediche di diverse zone degli Stati Uniti orientali, che servono soprattutto la popolazione nera e ispanica (rispettivamente il 45,2 e il 42,5 per cento del campione). Si tratta di fasce socio-economiche relativamente svantaggiate e a elevato rischio d’interruzione prematura della gravidanza. Per tutti i soggetti è stata riscontrata la necessità di un “trattamento dentistico essenziale”, condizione definita in base alla diagnosi di carie da moderate a gravi oppure dalla presenza di denti rotti o di ascessi. Circa metà delle partecipanti ha ricevuto una terapia parodontale nel periodo compreso tra la tredicesima e la ventunesima settimana di gestazione: rimozione del tartaro dalle radici e della placca dalle tasche parodontali, con somministrazione di anestetici topici o per via iniettiva. L’altra metà – il gruppo di controllo – è stata tenuta sotto osservazione e sottoposta agli interventi necessari solo dopo il parto.
Come già anticipato, i dati non hanno mostrato differenze statistiche significative tra gli episodi sfavorevoli riscontrati nei due gruppi di donne. Anche la somministrazione di anestetici ha dato prova di assoluta sicurezza, almeno nella fase di gestazione presa in esame.
Il risultato, tra l’altro, va a supportare il generale consenso della comunità ostetrica, che in alcuni sondaggi ha espresso parere largamente favorevole nei confronti di terapie odontoiatriche in donne in stato di gravidanza, reputando addirittura eccessive le misure cautelari dei dentisti.
Secondo dati risalenti ai primi anni Novanta, il 91 per cento dei ginecologi americani non riteneva nemmeno di dover essere consultato per cure odontoiatriche di routine; il 95 per cento non pensava esistessero dei rischi per la madre e il 97 per cento non individuava rischi per il feto. “Percentuali bulgare” che trovano ora una conferma scientifica.
Certo, come ricordano gli stessi autori, lo studio ha preso in considerazione centinaia, non migliaia di donne. Inoltre, si è trattato d’interventi di entità relativamente modesta e di durata limitata: in genere da una a quattro sedute. Come succede regolarmente in questi casi, alla soddisfazione per il risultato raggiunto si unisce la raccomandazione che ulteriori ricerche sul tema siano condotte in futuro, su campioni di partecipanti numericamente più cospicui, appartenenti ad altre fasce di popolazione e in relazione a diverse tipologie d’interventi odontoiatrici. Per la verità, alcune sono già in corso: “Sono in fase di sviluppo trial randomizzati controllati che dovrebbero contribuire a definire con maggiore precisione il rischio di aborti e di parti pretermine, in seguito alle normali procedure parodontali”.
GdO 2009; 6
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