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23 Febbraio 2017

Costruirsi la fiducia del paziente attraverso la medicina narrativa. I consigli su come applicarla nello studio odontoiatrico


La medicina narrativa si sta sempre più imponendo come uno strumento di comunicazione e relazione col paziente in grado di lavorare su più piani, potenziando e personalizzando la medicina basata sull'evidenza. Mario Cerati è uno dei pochissimi odontoiatri che pratica la medicina narrativa nel suo studio da anni, fa parte del gruppo di ricerca di Eugenio Brambilla (professore all'Università di Milano) e, in collaborazione con la psicologa Chiara Fioretti (Università di Firenze), sta sviluppando un percorso didattico-scientifico sull'argomento. Anche la professione si sta cominciando ad approcciare a questa materia e addirittura anche alcune aziende ne intravvedono una prospettiva interessante.

Dottor Cerati, cosa significa e com'è lavorare in studio con la medicina narrativa?

Per chi era già abituato a concetti legati alla medicina orientata sul paziente è una naturale evoluzione: amplifica la capacità di ascolto e dà strumenti per unire le esigenze esplicite e implicite del paziente con le evidenze che abbiamo dalla evidence based medicine. Ne risulta un percorso veramente condiviso e personalizzato che agisce a più livelli, sia nell'appropriatezza clinica del percorso di cura e della sua fase decisionale che nel rapporto di fiducia col medico.
Per dare un parametro, il livello di fiducia e di condivisione del percorso terapeutico è così alto e chiaro che la percentuale di preventivi non accettati, nel nostro studio, è meno dell'1%. Da un questionario interno si evidenzia che uno dei maggiori motivi di gradimento è che il paziente si sente protagonista attivo del percorso di cura. Alla fine di un percorso di scambio narrativo il paziente è sicuramente un "paziente esperto" e questo lo aiuta nella comprensione di tutti i passaggi. Un altro dei vantaggi è che l'uso della medicina narrativa ha un riflesso implicito anche sull'equipe ottimizzando i rapporti fra le componenti dello studio.

Rallenta la pratica quotidiana?

Nella medicina narrativa si investe un poco di più, in termini di tempo, nella fase di consultazione col paziente e nella fase decisionale, ma la condivisione è così articolata ed efficace che il tempo viene recuperato nei passaggi successivi.
Questo si ottiene grazie al fatto che si lavora in modo spontaneo sull'empowerment del paziente e consente quindi una competenza dello stesso che facilita i passaggi terapeutici e la gestione di eventuale complicanze. Aiuta e potenzia anche la compliance, anche rispetto gli atteggiamenti preventivi, e questo in accordo con le esperienze di medicina narrativa che si sono sviluppate in patologie croniche, quali il diabete, o particolarmente impegnative per il quotidiano del paziente quali quelle oncologiche. Il 95% dei pazienti che negli ultimi dieci anni ha fatto ortodonzia presso il nostro studio, e che adesso ha più di 18 anni, non ha sviluppato carie negli anni successivi.

Professor Brambilla, come si rapporta l'università con la medicina narrativa?

Non è rimasta indifferente. Intanto perché la materia delle Medical humanities è, o dovrebbe essere, alla base di ogni approccio medico-paziente. Nel nostro campo, poi, aderire alle esigenze e al vissuto del paziente diventa un passaggio obbligato per poter scegliere fra le tante e diverse opzioni disponibili. Lavorare con strumenti efficaci come la medicina narrativa, che dà un riferimento preciso e riproducibile a chi vuole percorrere questa strada, aiuta non solo su un piano di appropriatezza della terapia, ma anche etico. Abbiamo deciso di affrontare questi argomenti all'interno dalla didattica curricolare degli studenti di Odontoiatria e questo è il secondo anno in cui, all'interno del mio insegnamento, vengono realizzate lezioni ed esercitazioni sulla medicina narrativa. Gli studenti mostrano grande interesse all'argomento, testimoniato dalla richiesta di tesi. È anche importante che l'università si faccia carico, come stiamo implementando, di linee di ricerca specifiche nei reparti clinici. Ciò al fine di validare direttamente sull'organizzazione e sui risultati clinici l'efficacia del metodo, ponendo le basi per la costruzione di una didattica post graduate.

Adelmo Calatroni

 
 

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