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29 Gennaio 2019

Quando è il terzo pagante a decidere il trattamento. Iandolo (CAO): “Siamo dentisti, non dipendenti”

Elvio Pasca

Corona sul 15 devitalizzato e completamente ricostruito? Non autorizzabile: “Il dente deve essere trattato con terapia conservativa”. Impianto osteointegrato sul 47? Non autorizzabile: “La masticazione completa fino al 46 è più che sufficiente a garantire una buona efficienza masticatoria”. Idem se si chiede un impianto sul 37: “La funzione masticatoria è ben garantita fino ai sesti”. Il paziente portatore di overdenture vuole sostituire con altro impianto che permetterebbe una riabilitazione fissa? Niente da fare: “Il paziente presenta già una protesi caricata su impianti idonei a supportare il piano masticatorio”.  

Casi veri di (mancata) sanità integrativa, documentati dagli sfoghi social di pazienti e odontoiatri. I primi si sono fatti visitare dai secondi, che hanno proposto il piano di trattamento. Ma ecco arrivare il terzo incomodo, l’assicurazione sanitaria che dice: “Non si può fare”.  Anche se il trattamento rientra nel piano pagato con i contributi dell’assistito, i medici dell’assicurazione lo valutano, in quel caso, non necessario. All’odontoiatra “bocciato” non resta che abbozzare, il paziente deve decidere se pagare di tasca sua o rinunciare. 

 Probabile che succeda anche con altre assicurazioni, ma i casi di prima riguardano tutti Previmedical Rbm, che assistendo ogni metalmeccanico d’Italia attraverso il fondo mètaSalute si trova ormai a dover garantire un enorme volume di prestazioni. Gli odontoiatri della rete, del resto, hanno firmato una convenzione che lascia sempre l’ultima parola alla sua Centrale Operativa: “Per l’erogazione delle prestazioni - recita l’articolo 5 -  la struttura deve ricevere la preventiva autorizzazione da parte della Centrale Operativa che, oltre a verificarne l’inclusione nel piano sanitario dell’assistito, valuta la sussistenza di tutti i requisiti prescritti”. È quella che in un allegato alla convenzione viene chiamata “l’analisi medico-assicurativa”. L’autorizzazione preventiva serve anche “nei casi in cui si rendessero eventualmente necessarie in corso di cura prestazioni odontoiatriche aggiuntive”. Solo in casi “urgenti di comprovata gravità” si può chiedere l’autorizzazione a prestazione effettuata, ma “resta inteso, in ogni caso, che la valutazione finale sulla effettiva sussistenza del requisito della gravità è comunque rimessa all’apprezzamento della Centrale Operativa”.  

Se l’accordo commerciale pare chiaro, qual è, deontologicamente parlando, il confine che l’assicurazione non dovrebbe oltrepassare? Può davvero discettare, per esempio, sulla compromissione della capacità masticatoria di un paziente o su fino a che punto si può conservare un dente? 

“L’unico deputato a fare una diagnosi è il dentista, la diagnosi è già esercizio della professione odontoiatrica. Ci può essere un confronto tra dentisti che fanno diagnosi diverse, ma queste vanno motivate e devono scaturire dall’analisi della situazione complessiva del paziente, che mi pare difficile fare a distanza”, dice a Odontoiatria33 Raffaele Iandolo (nella foto), presidente della CAO nazionale.

“Se questo è il meccanismo con cui funziona un fondo integrativo, non prevedendo analisi aggiuntive, quel meccanismo funziona male. Dobbiamo tutelare una procedura corretta nell’interesse del paziente, non del terzo pagante o del dentista stesso”.  

Questi casi non sono paragonabili, specularmente, a quelli denunciati spesso nelle catene odontoiatriche: lì overtreatment, qui undertreatment?  

“No, perché le false diagnosi sono truffe e in quel caso non siamo più nell’ambito di un confronto diagnostico tra dentisti”, risponde Iandolo. “Credo, però, che siamo comunque di fronte a uno dei tanti problemi che derivano dalla fine del rapporto fiduciario tra paziente e dentista: se non si tutela la libera scelta, si altera tutto il resto. Abbiamo avviato un’interlocuzione con la politica che ha già dato i primi frutti con le norme sull’informazione sanitaria, vogliamo affrontare anche il tema del terzo pagante”. 

In questo confronto, sottolinea il presidente della CAO nazionale, “il faro deve essere la libera scelta del dentista da parte del paziente e quindi la costruzione di un rapporto dove interessi commerciali e imprenditoriali non prevalgano sull’interesse alla salute. Se condizioniamo la scelta e mandiamo il paziente da un dentista piuttosto che da un altro, quel dentista di fatto diventa dipendente del terzo pagante, che periodicamente può ritoccare le tariffe e chiedere sacrifici sempre maggiori ai convenzionati. Il paziente che non sceglie il proprio dentista - conclude Iandolo - provoca conseguenze negative sia per la sua salute che per i dentisti”.  

 
 

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