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03 Marzo 2022

La sindrome della bocca che brucia: una patologia senza segni visibili

Il professor Andrea Sardella spiega come si presenta, come diagnosticarla e cosa caratterizza questo particolare quadro clinico 

di Arianna Bianchi


La sindrome della bocca che brucia (nota anche come BMS – Burning Mouth Syndrome) è un disturbo che coinvolge le mucose orali che però, differenziandosi da tutte le altre malattie delle mucose, non si presenta segni clinici ma con dei sintomi.
Esordisce così Andrea Sardella (nella foto), Professore Ordinario dell’Università degli Studi di Milano. Il bruciore, spiega il Professore, è il sintomo principale, ma a volte può essere accompagnato anche da altri sintomi, quali formicolii o intorpidimento dei tessuti. 

 È fondamentale raccogliere una attenta e scrupolosa anamnesi, perché essa è la base che guida il processo diagnostico. Il bruciore tipico della sindrome è spesso presente tutti i giorni, presentando però un andamento particolare, in quanto tende ad aggravarsi e a rendersi quindi meno sopportabile durante le ore serali, nel corso delle quali i pazienti affetti da BMS riferiscono un marcato peggioramento. Si assiste invece a un miglioramento della sintomatologia durante i pasti principali. Questo, spiega il Professore, può essere legato a una “distrazione” del sistema neurologico coinvolto nella masticazione e nella produzione di saliva”.  

La diagnosi della sindrome della bocca che brucia non è semplice: la mancanza di segni clinici può infatti disorientare il clinico e quindi anche l’odontoiatra”.  

La diagnosi di BMS è sostanzialmente una diagnosi per esclusione, in quanto nel corso della visita non è possibile correlare la sintomatologia riferita dal paziente a lesioni elementari a carico delle mucose orali.
Per porre diagnosi di BMS devono anche essere escluse eventuali patologie sistemiche, ad esempio il diabete che – come spiega il Professore – è uno dei quadri che può dare bruciore al cavo orale.  

Ma quale potrebbe essere l’eziopatogenesi? “

Sulla BMS –spiega- sono stati effettuati numerosi studi sperimentali, anche piuttosto complessi e che quindi non possono essere applicati nella pratica clinica di routine a scopo diagnostico". "La BMS è attualmente considerata una neuropatia, ossia un vero e proprio danno organico del sistema nervoso, che può essere riconducibile a un difetto recettoriale periferico, a un difetto nella trasmissione lungo le piccole fibre nervose a livello della mucosa orale o a una errata interpretazione degli stimoli a livello centrale”

Si conosce dunque la patogenesi della malattia, una neuropatia, ma non l’eziologia, ossia la causa che provoca questi presunti danni”.  

Il professor Sardella chiarisce come un supporto neurologico possa essere comunque d’aiuto nei pazienti che presentano questo quadro clinico, proprio perché non esiste ad oggi un test diagnostico che consenta all’odontoiatra di porre diagnosi con assoluta certezza. Un esame neurologico più approfondito è comunque spesso necessario, anche per valutare eventuali ulteriori alterazioni, quali la sensibilità al caldo e al freddo che spesso risulta anomala nei pazienti affetti da BMS (cosiddetti test sensoriali quantitativi).  

Il clinico che si trova a dover seguire un paziente affetto da BMS deve affrontare due aspetti: la sintomatologia e il coinvolgimento emotivo che i soggetti che presentano la sindrome della bocca che brucia mostrano.
Il coinvolgimento emotivo, che si traduce anche in quadri di ansia e addirittura depressione, potrebbe essere la causa della BMS sia una sua conseguenza, proprio perché i pazienti si trovano di fronte a una diagnosi “incerta” e alla necessità di effettuare numerosi esami e visite prima di veder riconosciuta la loro patologia.
Per questo motivo, un supporto psicologico spesso risulta molto utile: il paziente può diventare capace di gestire i sintomi pur nella loro presenza. 

Per quanto riguarda invece il trattamento, il Professor Sardella spiega che la BMS deve essere trattata come tutti i disturbi di tipo neuropatico. Possono quindi essere utilizzati farmaci anticonvulsivanti, antidepressivi a basso dosaggio (che hanno lo scopo di inibire la genesi del dolore a livello periferico), derivati dell’acido gamma aminobutirrico (come il pregabalin o il gabapentin, che riducono la percezione del dolore a livello centrale). 

“I trattamenti, comunque, devono essere individualizzati: alcuni pazienti rispondono meglio a una molecolare rispetto a un’altra”, suggerisce ed aggiunge.
“Va ricordato poi che il 'paziente-tipo' (genere femminile in età media avanzata) potrebbe assumere altri farmaci per patologie concomitanti. Risulta quindi necessaria un’attenta valutazione di effetti indesiderati o di incompatibilità fra i trattamenti.In ogni caso, i trattamenti sembrano essere poco efficaci e si stima che il trattamento farmacologico consenta un miglioramento della sintomatologia nel 30-35% dei casi. 

 “Infine -conclude- i pazienti affetti da BMS (così come quelli che soffrono di qualunque dolore di tipo cronico) devono essere incoraggiati a mantenere una buona vita di relazione, in ambito lavorativo e familiare”. 

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