A colloquio con il neo presidente dott. Alberto di Feo: serve una regolamentazione diversa per tutelare i cittadini ma anche gli studi odontoiatrici
Con l’avvio dei lavori della Commissione sui Fondi sanitari integrativi torna anche nel settore odontoiatrico l’attenzione sulle tante criticità che la sanità integrativa ha comportato e le possibili modifiche per rendere assicurazioni e fondi uno strumento utile sia ai cittadini ma anche al settore.
Tra le associazioni che da tempo si battono per cercare di ridisegnare il sistema c'è Anomec, l’Associazione Nazionale Odontoiatri e Medici Convenzionati che recentemente ha rinnovato il gruppo dirigente.
Abbiamo sentito il neo presidente il dott. Alberto di Feo (nella foto).
Inizia il suo mandato triennale, quali sono gli obiettivi?
Ringrazio prima di tutto il Consiglio Direttivo che mi ha eletto dandomi fiducia nella guida della nostra Associazione per cercare di raggiungere gli obiettivi nei quali tutti noi crediamo molto. Anomec è nata per difendere la professionalità e l’autonomia dei medici e degli odontoiatri all’interno delle convenzioni sanitarie. Quindi, è bene ribadirlo, Anomec non difende le Convenzioni Sanitarie tout court, ma credo sia necessario ripensare un modello di Santità anche privata, con la presenza delle Assicurazioni, e quindi delle convenzioni, ma nell’assoluto rispetto dell’Autonomia decisionale del medico, anche per quanto riguarda il valore economico della Sua prestazione, e la garanzia della libera scelta da parte del paziente, anche convenzionato, del medico di fiducia dal quale farsi curare.
Quali sono i problemi che Anomec evidenzia nella situazione attuale di Fondi ed Assicurazioni?
Secondo noi il tariffario imposto dalle Assicurazioni, uguale in tutta Italia e senza alcuna differenza tra i professionisti, rappresenta in molte zone un ostacolo assoluto all’espletamento di cure di buona qualità, con ovvie conseguenze negative per gli stessi pazienti. Quegli stessi pazienti messi in difficoltà dal fatto che i rimborsi risultano notevolmente a favore della convenzione diretta, per cui se il proprio curante non è convenzionato il paziente si trova a dover scegliere tra la convenienza economica a cambiare curante o rimanere da quello di sua fiducia senza usufruire a pieno, e talvolta per nulla, delle garanzie della polizza, che comunque paga, anche se non l’ha deciso lui ma la sua azienda al posto di un aumento dello stipendio. Questo in parole povere è oggi il welfare aziendale.
Cosa chiede Anomec?
Anomec, insieme alle altre componenti del settore, Ordine, Sindacati e Società scientifiche, chiede che venga equiparato il rimborso assicurativo nelle forme dirette ed indirette, affinché sia garantita al paziente convenzionato la libera scelta del curante senza condizionamenti di tipo economico.
Quali ostacoli ha incontrato questa richiesta?
Il mondo delle Assicurazioni ha fatto muro adducendo come motivazione, per convincere la politica, che questo sacrosanto diritto costituzionale in verità comporterebbe un aumento dei costi per le aziende o per i pazienti o per entrambi.
Può spiegare meglio questo aspetto?
Vede secondo le Assicurazioni, se venisse sancito per legge questo principio, ci sarebbe una fuga da parte dei professionisti dalle convenzioni dirette per poter applicare le tariffe che ritengono più idonee al proprio lavoro e questo genererebbe richieste di adeguamento dei rimborsi assicurativi e di conseguenza aumento dei premi con maggiori costi per le aziende. Oppure se i rimborsi assicurativi rimanessero uguali, i pazienti si troverebbero a dover pagare di più di tasca propria. Noi consideriamo questa motivazione molto pretestuosa e lontana dalle realtà. In primo luogo le aziende traggono un grande vantaggio dal welfare aziendale perché, rispetto all’aumento di stipendio che dovrebbero erogare, non pagano i contributi. Quindi, se anche pagassero un po’ di più non sarebbe uno scandalo. In secondo luogo ci sono attualmente 20 milioni di convenzionati e questo numero è in continua crescita. Non è credibile che tutti costoro, o anche solo una gran parte, si trovino in uno stato di indigenza tale da non potersi permettere cure odontoiatriche a prezzi di mercato, a maggior ragione se comunque le assicurazioni garantissero una quota seppur parziale di rimborsi. Come terzo punto è necessario sottolineare che, se si vuole sviluppare una assistenza sanitaria privata che affianchi e sostituisca talvolta quella pubblica, non si può fare pagare i costi alla classe medica stritolata dalle assicurazioni che, a differenza dello Stato, sono “enti commerciali” e dalla sanità integrativa devono ricavare un utile in un modo o nell’altro. Un’ultima, ma importante considerazione, è che se ci sono pazienti con diverse possibilità economiche, in un regime libero, ci saranno, come ci sono sempre state, offerte di cure per tutte le “tasche”. Ci saranno cioè colleghi o strutture che si rivolgeranno con tariffari diversi alle diverse classi sociali, perché comunque tutte rappresentano una “fetta” di mercato.
Però di fatto è oggi il paziente che aderisce ad un fondo (non tutti) che vuole scegliere il proprio dentista è di fatto penalizzato, e quindi non lo fa. Quali azioni intende promuovere a breve?
In Parlamento c’è una Commissione che sta lavorando sulla riforma dei Fondi sanitari. Siamo molto attenti ai lavori che il Parlamento svolgerà su questo tema. Naturalmente la nostra posizione è molto chiara: il cittadino deve poter esercitare il proprio diritto costituzionale alla salute e quindi non deve avere condizionamenti economici esterni al rapporto medico-paziente che possa influire sulla libera scelta del curante al quale affidare il proprio bene più importante: appunto la salute.
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