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23 Giugno 2014

Il 65% dei pazienti in mano al 25% degli studi italiani. La fotografia flusso dei pazienti elaborata da Key-Stone


Tra i dati dello studio di settore UNIDI presentati da Roberto Rosso, presidente dell'istituto di ricerca Key-Stone durante l'ultimo congresso degli Amici di Brugg, uno ha certamente incuriosito e fatto discutere: il 60% dei pazienti che si rivolgono ad un dentista è curato solo dal 25% degli studi.

Ci spiega meglio come ha rilevato il dato?

Il dato è stato rilevato grazie alla ricerca periodica OmniVision©, che si basa su interviste telefoniche ai titolari di 1.000 studi dentistici. Attraverso un'elaborazione secondaria che incrocia il numero delle visite e la percentuale di studi dentistici si ottiene la cosiddetta "ponderata", ovvero la quantità di business che passa attraverso ognuno degli intervistati, sempre secondo quanto dichiarato.
Si tenga conto che questo studio di mercato viene realizzato sin dal 2006 e singoli casi anomali rispetto a edizioni precedenti vengono verificati o esclusi, i risultati sono quindi da considerarsi strutturali, sia pur con un livello di errore del più o meno 3%.

Dai vostri dati quali sono gli studi che lavorano di più?

Innanzi tutto possiamo affermare che sotto il profilo anagrafico non si rilevano differenze significative, contrariamente a quanto osserviamo per i trend di crescita, che vedono penalizzare i meno giovani. Anche le zone non sembrano particolarmente rilevanti nonostante, come registriamo storicamente, gli studi dentistici del Nord Est siano mediamente più grandi e accolgano più pazienti della media, contrariamente a quelli del Sud, dove più spesso un professionista è addirittura impegnato in due o più strutture.
Più interessante valutare altri aspetti di segmentazione degli studi dentistici, che delineano il profilo delle strutture che potremmo definire "virtuose" e che nel grafico (vedi sotto) sono indicare come "Performers", cioè che trattano un numero di pazienti superiore alla media: 860 per i performer contro 370 a livello generale.

E dal punto di vista delle dimensioni?

Relativamente alle dimensioni del centro, si osservi come mediamente in Italia il 27% degli ambulatori abbia almeno tre riuniti e come questa percentuale salga al 57% negli studi maggiormente performanti, con 3,3 unità di lavoro contro 2,3 che è il dato medio italiano.
La maggior presenza di studi che ospitano più pazienti sembra premiare le strutture con almeno vent'anni di vita, ma in questo senso le differenze non sembrano particolarmente significative. Curioso anche il tasso medio di bambini trattati, che normalmente in Italia è del 15% ma che negli ambulatori più performanti sfiora il 20%.
Gli studi più performanti sono stati definiti "virtuosi" poiché anche i dati di tendenza dell'ultimo anno e di previsione per il futuro risultano di gran lunga più favorevoli, per queste strutture cala infatti il tasso di centri che dichiarano un calo del business (pur attestandosi ad un pesante 50%) e, soprattutto, il futuro appare roseo per il 20%, contro il 13% registrato a livello globale.

Però le grosse strutture hanno altri problemi oltre ad appiattire la professione sulla collaborazione. Il futuro sarà di dentisti con la partita iva che lavorano in grandi strutture?

Innanzi tutto le grosse strutture stanno ancora definendo il proprio posizionamento strategico. Il fatto che noi stessi - addetti ai lavori - le consideriamo come una unica entità, e questa percezione è radicata anche e soprattutto tra i pazienti, significa che non è ancora chiara la loro collocazione nell'immaginario dei clienti, quindi nel mercato. Tutto ciò nonostante operino secondo modelli di business a volte radicalmente distanti tra loro, i livelli di prezzo sono molto eterogenei con posizionamenti cha vanno dal low cost al premium.
Per ora abbiamo il "dentista tradizionale" e le "catene", ma presto queste occuperanno spazi mentali e di mercato definiti. Una parte di queste sono reali concorrenti di una certa tipologia di studi dentistici tradizionali, altre tenderanno maggiormente a servire nuove fasce di utenza e, tutte, contribuiscono comunque a generare nuova domanda grazie alle attività di comunicazione e di presenza sul territorio, nonostante siano considerate una vera "spina nel fianco" per lo studio tradizionale e, in taluni casi, utilizzino modalità promozionali al limite del rispetto della professionalità e della trasparenza.
Tornando alla specifica domanda sui dentisti a partita IVA, osservando ciò che avviene in altri paesi ritengo che finché potrà resistere il sistema di regolazione a numero chiuso dell'Università - e l'ondata di lauree estere rimarrà contenuta - le grandi strutture avranno maggiori difficoltà a reclutare giovani dentisti. Peraltro anche sotto il profilo giuslavoristico nel futuro ci potranno essere complicazioni, per ora il professionista iscritto all'Ordine anche se sviluppa attività continuativa pare non essere assoggettabile a un rapporto di lavoro subordinato, ma in altri paesi dove valevano queste regole la situazione è radicalmente cambiata quando centinaia di professionisti hanno potuto dimostrare un rapporto di lavoro esclusivo, continuativo e subordinato, nonostante la partita IVA e l'iscrizione all'Ordine.
Diverso invece il tema di dentisti esperti che possano decidere di lasciare l'attività imprenditoriale per quella consulenziale, questo è un fenomeno che si sta sviluppando, personalmente credo che aumenterà in modo consistente poiché sono molte le strutture sul filo della sopravvivenza economica e finanziaria, ma si tratta di professionisti esperti i cui onorari non possono essere più di tanto svalutati e che collaborano anche con colleghi e non necessariamente presso l'odontoiatria commerciale.

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