La risposta data dal ministro Grillo alla paventata mancanza di medici, che ha costretto alcuni ospedali a richiamare in servizio colleghi felicemente andati in pensione e altri a minacciare di ricorrere a laureati esteri è stata sicuramente encomiabile. Dimostra che la politica, se vuole, sa ancora distinguere tra falsi problemi e carenze reali, e ha ben individuato la causa della supposta mancanza di medici non in una programmazione errata, ma in un imbuto formativo che le categorie mediche hanno correttamente stigmatizzato.
Ancora una volta, però, vuoi per distrazione, vuoi per volontà, ci si è completamente dimenticati del ruolo dell' odontoiatria nel Sistema Sanitario Nazionale, quasi che la cura della bocca non fosse parte importante della salute dell'individuo. Continua da parte dello Stato l'atteggiamento schizofrenico che da un lato continuamente depotenzia il sistema pubblico odontoiatrico, e dall'altro tenta di "nazionalizzare" il settore privato, a cui peraltro affida la gran parte delle prestazioni erogate.
Chiarendo meglio, è noto che per motivi economici, e non solo, quote importanti della popolazione sono completamente escluse da ogni tipo di assistenza odontoiatrica; che per patologia e disabilità, oltre che per reddito, molti non possano essere presi in carico da strutture che proprio perchè private non possono dotarsi della dimensione, della complessità strutturale e dell'organizzazione richiesta per operare in sicurezza su questi soggetti.
A tutti costoro sembra si voglia offrire come risposta una "odontoiatria per tutti" basata su una sostanziale perdita di controllo sugli accessi al corso di laurea, su un livellamento delle tariffe imposte dalla concorrenza al ribasso, e soprattutto favorendo in tutti i modi l'ingresso nel settore di terzi paganti che per loro natura fungono da calmieratori del mercato, spostando le prestazioni verso un sistema intermediato che ha il grande capitale come protagonista. Cioè giungere a una sorta di mutualizzazione dell'odontoiatria giocata sulla pelle degli operatori e, a ben vedere, anche dei pazienti, che già oggi in cambio di una presunta gratuità della prestazione ( che tale non è) si vedono espropriati della facoltà di scelta del medico e, come riportato dalle cronache, a volte anche della facoltà di scelta della terapia.
E' una precisa scelta politica; ma come tutte le scelte politiche non è né obbligata né indiscutibile.
Assistiamo a un progressivo deficit di operatori nell'odontoiatria pubblica causato da un meccanismo perverso: persone dotate di titolo abilitante e specializzante al termine del loro corso di studi non hanno una sufficiente offerta di scuole di specializzazione; qualora vi si iscrivano lo devono fare a proprie spese, e non con il meccanismo delle borse di studio previste per i loro colleghi medici, in ciò ancora una volta pesantemente discriminati; ma paradossalmente, pur essendo in possesso di un titolo di studio già in se stesso specializzante, ne devono conseguire uno ulteriore per poter accedere ai concorsi pubblici.
In presenza di tale sistema disincentivante non ci si meravigli se gli accessi alle scuole di specializzazione calano e se i concorsi vanno deserti. E' un circolo vizioso che pian piano porterà alla sostanziale scomparsa del pubblico nell'odontoiatria, e che già ora ha contribuito a determinare il ridimensionamento dei Lea. In passato sono stati fatti passi concreti per fermare questa deriva, con risultati certo parziali, ma dimostrando comunque attenzione all'argomento. Purtroppo, nelle comunicazioni di questi giorni non ve n'è traccia, a dimostrazione che l'odontoiatria e i suoi addetti vengono ancora considerati figli di un dio minore.
Dott. Gian Paolo Damilano, presidente CAO Cuneo
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