Per il dott. Mele, godere della semplificazione nei rapporti con collaboratori, fornitori ed utenze grazie ai servizi digitali si tratta di un effetto “collaterale, inatteso, non voluto, seppure desiderabile”
Egregio Direttore, verso la fine degli anni ’80 la Pfizer (sempre lei!) stava testando sull’uomo il Sildenafil, i cui interessanti risultati sugli animali lasciavano sperare che anche sull’uomo potesse avere ottimi effetti come vasodilatatore coronarico. I controlli cui venivano sottoposti i volontari risultavano insoddisfacenti, in compenso si osservava che dopo la somministrazione, nel periodo di successiva breve permanenza nel Centro, al momento dei controlli da parte delle infermiere, i pazienti spesso si adagiavano sul lettino a pancia in giù.
Una infermiera più arguta arrivò a supporre che questo atteggiamento fosse dovuto al fatto che la presenza femminile provocava nei volontari maschi un’erezione inaspettata ed imbarazzante, che in quel modo provavano a nascondere. Lo riferì al suo superiore… e così, senza volerlo, nacque il VIAGRA.
Mi è venuto in mente questo aneddoto leggendo il Suo Editoriale sulla fatturazione elettronica e sulla sua utilità per noi odontoiatri.
E’ vero che stiamo godendo (in questo caso in senso metaforico, ovviamente) di una notevole semplificazione nei rapporti con collaboratori, fornitori ed utenze, ma si tratta, al pari del VIAGRA, di un effetto “collaterale, inatteso, non voluto, seppure desiderabile”. Non è certo per semplificarci la vita che lo Stato Italiano ha creato la “fatturazione elettronica”. Lo ha fatto, molto prosaicamente, per contrastare l’evasione dell’IVA, peraltro includendo anche categorie le cui prestazioni non sono soggette ad IVA, e che pertanto non avrebbero contribuito alla causa. Tipo noi. Ricordo anche che nella sua formulazione originale aveva regole così stringenti riguardo all’invio dei dati (peraltro sovrapponibili ad altre comunicazioni cui eravamo obbligati) da metterci in grande difficoltà, soprattutto se piccole realtà libero professionali, dovendo ulteriormente aumentare la quota parte di attività extraclinica amministrativa. Infatti sarebbe stata disastrosa in “uscita”, dovendola fare seduta stante ad ogni paziente, le più volte non dotato a sua volta degli strumenti adatti per riceverla ed utilizzarla.
Ecco perchè il fatto di essere esonerati anche per il prossimo anno non si può considerare un regalo, ma la semplice ammissione che il nostro lavoro non serve. Come non serve neanche alla Agenzia delle Entrate. In un recente intervento il Direttore dell’Agenzia ha trionfalmente annunciato che l’evasione fiscale è scesa nell’ultimo anno di ben 20 miliardi. Peccato che, nel solito periodo, l’Italia abbia perso 11 punti di PIL, che equivalgono a circa 198 miliardi di mancate attività. Non è difficile immaginare che anche il sommerso abbia sofferto della pandemia. Quanto avrebbe contribuito la fatturazione elettronica a questa ipotetica riduzione dell’evasione fiscale, legata alla attività dell’Agenzia da lui diretta?
A ben poco, come ha candidamente ammesso.
A suo dire, il motivo è da ricercarsi nel fatto che la grande mole di dati che arrivano alla Agenzia delle Entrate è quasi inutilizzabile per gli stretti vincoli imposti dalle regole della Privacy. Si è perciò lamentato del fatto che banche e social media sanno tutto dei cittadini e lo Stato no. E sa come l’Agenzia delle Entrate cerca di bypassare questo presunto ostacolo? Con quella che lui definisce eufemisticamente “valorizzazione massiva dei dati”, cioè con la raccolta di miliardi di dati di cui conosce la quasi perfetta inutilità, con la speranza di trovare qualcosa rovistandoci dentro. Tutto quello che non serve, dopo averci obbligati a mandarglielo, lo butta via inutilizzato.
In altri ambiti si definisce “bycatch”, cioè pesca inutile, tipica della pesca a strascico, con la quale vengono catturati pesci ed altri abitanti dei fondali marini assolutamente inutili per l’alimentazione, con grave danno per l’ecosistema marino.
Un antico brocardo latino dice testualmente: “ ad impossibilia nemo tenetur”, cioè sostiene che nessuno è tenuto a fare cose impossibili, né può essere punito per questo. Tale espressione non ha bisogno di commento alcuno, data la capacità della lingua latina di esprimere con poche parole concetti universali, soprattutto nell’ambito del diritto.
Lo stesso dovrebbe valere per le cose inutili: “ad inutilia nemo tenetur”. E noi stiamo invece a gingillarci con questa falsa semplificazione…
Dottor Renato Mele VicePresidente ANDI Toscana
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