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08 Aprile 2022

Pensione: dubbi e riflessioni

I dottori Seeberger, Sodano e Del Mastro riflettono ed ipotizzano scenari partendo dalla notizia dell’abbandono “massiccio” dei medici di ospedali e medicina del territorio  


“Esodo biblico dei medici dagli ospedali e dal territorio”: così il presidente della FNOMCeO definì alcune settimane or sono la situazione verso cui, complice il Covid, il pianeta sanità si sta inesorabilmente avviando. Anelli elenca qualche dato: per il 26% meglio l’estero, il 19% propende per la pensione anticipata, il 13% preferisce la libera professione al lavoro dipendente.  

La tendenza all’allontanamento volontario anticipato in Italia ci racconta di un fenomeno cresciuto del 37% tra il primo e il secondo trimestre del 2021 e di ben l’85% rispetto all’ultimo trimestre del 2020. Si tratta di dati aggregati da cui però non è possibile evincere la distinzione tra riallocazioni o quiescenza anticipata dei lavoratori e tra fenomeni contingenti o strutturali. Un solo dato certo però emerge: per infermieri e medici hanno prevalso le dimissioni da “logoramento” mentre, ad esempio, in ambito informatico/tecnologico si è assistito invece alla “great resignation” ossia il passaggio a impieghi più flessibili o meglio remunerati.  

La pandemia ha bruscamente anticipato fenomeni che i sistemi previdenziali avevano immaginato spalmati su un arco temporale più a lungo termine, accelerando dinamiche portatrici di un impatto molto pesante da reggere. È forse questo il modo in cui potrebbero essere interpretati i dati emersi nell’ultimo bilancio preventivo Enpam. Ad esempio, per il fondo della medicina generale la previsione 2021 segnava un avanzo di +12.450.000€: tale previsione, nel 2022 è diventata drammaticamente un -179.095.000€; gli stessi dati riferiti al fondo della libera professione sono rispettivamente +233.555.000€ e un buon +457.071.000€, mentre nel saldo per il fondo della specialistica ambulatoriale il dato passa da -14.830.000€ a un -55.788.500€.  

I numeri non fanno che fotografare una crisi che investe i fondi dei convenzionati e il buono stato di salute di quello dei liberi professionisti che certamente gode del migliore rapporto tra contribuenti e pensionati e di un minor ricorso, tra i suoi iscritti, alla pensione anticipata. Quest’ultimo è un dato innegabile: per i liberi professionisti l’introduzione di tale opportunità risale appena al 2013, anno in cui si è finalmente ripianata un’ingiusta disparità tra contribuenti nello stesso ente.  

Le crisi strutturali e i conti negativi hanno accorciato i tempi per la comparsa di una crisi annunciata ma imprevista nella sua rapidità: c’è quindi necessità di soluzioni immediate e permanenti. Tra queste anche il ricorso a strumenti atti a raffreddare la corsa al pensionamento anticipato che va comunque riorganizzato in tempi e modi corretti, senza creare ulteriori iniquità di trattamento.  

Come ovvio, la tecnocrazia della Fondazione ha lavorato alacremente per ottenere dalle varie Consulte la convergenza su un approccio che, derogando al principio dell’autonomia in materia di controllo del regolamento, concedesse agli uffici la scelta della soluzione. Tale via, però, scontata e salvifica per quei fondi dai conti che non tornano e scricchiolano, comporterebbe invece un sacrificio inaccettabile per il Fondo della Libera Professione! Equivarrebbe a cedere alla logica della condivisione delle sofferenze in spregio a un passato, recente, in cui gli altri fondi hanno goduto di opportunità esclusive. È scorretto, oltre che troppo comodo, chiedere oggi di spalmare gli effetti di esperienze sbagliate su una collettività cui, oltre ai sacrifici, nulla è stato concesso ab initio in merito a pari opportunità.  

La soluzione praticabile potrebbe essere quella di invertire i ruoli: abolire lo strumento della pensione anticipata per quei fondi travolti dagli effetti degli esodi, portandosi in linea con quanto i liberi professionisti, dalla nascita del fondo e fino al 2013, hanno di fatto silenziosamente accettato.   Ma le riflessioni sugli scenari che ogni contribuente dovrebbe conoscere e la cui incidenza impatta pesantemente sulla vita post lavorativa sono anche quelli che riguardano il riscatto degli anni di laurea e non solo.  

Già, perché per un laureato in odontoiatria ante 1995 gli anni da “recuperare”, riscattandoli, non si fermano ai canonici cinque del corso di laurea ma ammontano finanche ad ulteriori dieci: anni preziosi per rimpinguare tanto il montante contributivo quanto l’anzianità di contribuente.   Quali sono i numeri e il trend di coloro che, lungimiranti, hanno provveduto a esperire questa procedura nel corso degli anni?  

L’onerosità dei riscatti nel pianeta INPS è stata recentemente oggetto di una cura dimagrante: favorire, accompagnare i meno previdenti attraverso un’iniezione di fiducia e denaro non fa che accrescere la percezione che finalmente politica economica ed investimenti pubblici abbiano acquisito un respiro temporale che guarda oltre, che i bisogni futuri siano stati pesati con anticipo e il sistema messo in sicurezza tutelando il contribuente. Volendo fare un parallelo crediamo manchi nel dibattito, nelle intenzioni, nei programmi di crescita e sviluppo, un modo di agire analogo nel pianeta delle Casse previdenziali private, in ENPAM: alla transizione per l’odontoiatra dal semplice accesso alla previdenza alla sua perfetta integrazione manca uno step.   Questo pezzo di storia va ancora mediato, scritto, ottenuto. Con straordinario impegno.    

Giulio Del Mastro Gerhard Seeberger Angelo Raffaele Sodano

 
 

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