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08 Novembre 2023

Ricondurre l’esercizio della sanità in qualunque forma venga esercitata sotto il controllo dell’Ordine

Il presidente CAO Cuneo commenta le affermazioni fatte durante l’evento ANCOD, sostenendo la necessità di introdurre contrappesi tra proprietà e professionisti


Egregio Direttore, leggo con estremo interesse quanto pubblicato in merito alle iniziative di lobbying intraprese da Ancod presso il Ministero della Salute. Per completezza, vanno fatte alcune considerazioni. Il settore dell’odontoiatria organizzata, importato inizialmente da modelli esteri e nato in modo un po' disordinato alcuni anni fa anche grazie a una legislazione non del tutto chiara, è cresciuto fino a diventare ormai attore stabile nell’offerta di cure odontoiatriche, come ricordato dal responsabile scientifico del settore dott. Samuele Baruch. Le percentuali che cita sono perfino inferiori alla reale entità, poiché si limita a illustrarne la parte detenuta da ANCOD che non raggruppa tutte le realtà esistenti. Altri studi danno la percentuale di quota di mercato tra il 15 e il 20%. 

Le economie di scala sono indubbiamente importanti, sia nei rapporti con i fornitori, sia nel modello organizzativo, sia nella gestione dei vari adempimenti; questo sicuramente consente di abbattere costi fissi e variabili con una efficienza che il singolo professionista non può eguagliare.

La stessa efficienza si raggiunge anche nel livello di imposizione fiscale: indubbiamente il professionista tradizionale ha un livello medio di tassazione molto superiore, e contemporaneamente non può accedere a una serie di facilitazioni (superammortamenti, agevolazioni al credito, cassa integrazione) a cui invece queste strutture abitualmente fanno ricorso.

Analogamente, la standardizzazione dei processi che l’aggregazione permette potrebbe tradursi in una qualità media del “prodotto cura odontoiatrica” mediamente buono, come orgogliosamente rivendicato dal dott. Baruch ma anche dagli illustri consulenti come il prof. Sileri.

Interessante infine il richiamo al mondo della sanità integrativa e della spesa intermediata; sicuramente necessita di profonda revisione e può essere influenzato dalla presenza di attori più strutturati dal lato “operatori” nei confronti della controparte assicurativa, ad oggi vincente.

Assistiamo quindi alla morte della libera professione tradizionale, “anacronistica” e perdente nei confronti di chi pensa di fregiarsi legittimamente del titolo di “eccellenza nella sanità?

Riporto quanto dichiarato dal dott. Baruch: “in ogni azienda c’è un comitato clinico che controlla gli standard, i medici odontoiatrici sono specialisti nelle diverse branche, i giovani sono affiancati e il monitoraggio delle prestazioni è continuo perché si collabora in un team. Confidiamo che nel tempo le fake news vengano smontate”.  

Peccato che tali affermazioni suonino un po' autoreferenziali e si scontrino con la realtà. Sono noti i casi di fallimenti finanziari finiti in vere e proprie truffe ai pazienti; il contenzioso per malpractice mediamente è più diffuso nel mondo dell’odontoiatria organizzata, e vale lo stesso per le accuse di overtreatment, come anche il ricorso a forme di pubblicità aggressiva. 

Forse questo deriva da una tendenza di queste strutture a privilegiare trattamenti complessi o a “vendere prestazioni” con finanziamenti a supporto, e a uno scarso interesse delle stesse a fidelizzare i pazienti nell’ottica di conseguire un’alleanza terapeutica, più frequente tra i singoli professionisti.

Nella salvaguardia della pubblica salute è necessario poter introdurre i giusti contrappesi a tanta “efficienza”, a mio avviso non cercando di impedire l’esercizio delle società di capitale (come lamentato dal dott. Spadafora) limitandolo alle STP; cosa peraltro molto complicata, poiché richiede una completa revisione del  D. Lgs. 502/92 su cui si basa tutta la sanità privata.

Nel nostro ordinamento esiste già un organismo che si deve occupare di questa funzione e ne ha i mezzi giurisdizionali: l’Ordine dei medici. Ricondurre l’esercizio della sanità in qualunque forma venga esercitata sotto il suo controllo permetterebbe di ovviare alla situazione attuale dove il professionista (in proprio o collaboratore) risponde in pieno ai principi della deontologia mentre la proprietà (in questo caso soggetto forte) ne è immune. Imputare, come ora, la responsabilità al singolo sia direttore sanitario che collaboratore lasciando indenni i veri esercenti (le società di capitale) da ogni forma di controllo deontologico rischia di creare danni importanti, alcuni di questi sono già evidenti.

Dott. Gian Paolo Damilano, presidente CAO Cuneo  

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