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31 Agosto 2008

Evoluzione storica e clinica della terapia funzionale. Dal monoblocco al bi-placca

di L. De Toffol, P. Cozza


Introduzione e cenni storici
Le basi teoriche che conducono alla nascita della terapia funzionale si fondono con quelle dell’ortopedia, collocandosi nell’Europa di quasi due secoli fa.
Gli apparecchi funzionali compaiono nel mondo ortodontico tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. L’americano Kingsley fu il primo a introdurre un’apparecchiatura definita “saltamorso”, che permetteva di modificare i rapporti sagittali tra le arcate spostando la mandibola e mantenendola nella corretta posizione (1, 2).
Il dentista francese Robin (3) descrisse nel 1902 l’uso di un “monoblocco” per trattare la sindrome che da lui prese il nome, caratterizzata da microgenia mandibolare, glossoptosi e insufficienza respiratoria da ostruzione delle vie aeree. L’obiettivo principale era quello di migliorare le condizioni respiratorie del paziente, determinando l’espansione bimascellare e la protusione mandibolare e linguale con conseguente ampliamento dei condotti esofageo e tracheale.
Il danese Andresen nel 1908 riprese i concetti di Robin e ideò un dispositivo definito retention activator che sperimentò inizialmente su sua figlia, come contenzione estiva; si trattava di un monoblocco bimascellare in vulcanite in grado di provocare miglioramenti dell’occlusione e spostamenti dentali favorevoli, dovuti probabilmente all’attivazione dei muscoli del sistema masticatorio. Visti i risultati ottenuti, decise di modificare l’apparecchio di Kingsley realizzandone uno che stimolasse lo sviluppo della mandibola nei giovani pazienti ortodontici (4).
Nel 1934 il tedesco Haupl utilizzò l’apparecchio di Andresen al quale attribuì il termine di “attivatore” per ottenere, in virtù dell’ipotesi dell’adattamento neuromuscolare di Roux, un riscontro clinico della filosofia funzionale (5).
Dalla collaborazione tra Andresen e Haupl nel 1936 si consolidarono le teorie della moderna terapia funzionale pubblicate nel libro “Ortopedia funzionale dei mascellari”, divulgando così quello che venne definito il “Sistema Norvegese”; l’obiettivo da perseguire doveva essere quello di spostare la mandibola in avanti in modo da provocare determinati fenomeni di rimodellamento osseo e cartilagineo tali da modificarne non solo la posizione ma anche la struttura.



 
 

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