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30 Settembre 2006

I dati del Terzo rilevamento epidemiologico nazionale

di F. Claudi


Quando si dice il potere dei media: almeno sul fronte della prevenzione sanitaria - in particolare odontoiatrica - in questi ultimi decenni qualche informazione importante è passata. Lo testimoniano i risultati del Terzo rilevamento epidemiologico nazionale, freschi di elaborazione, ma non ancora pubblicati, che confermano la progressiva diminuzione della prevalenza della carie dentale nell’età infantile.

Ce ne parla Laura Strohmenger, docente di pedodonzia presso la Facoltà di odontoiatria dell’Università di Milano e responsabile del Centro di collaborazione dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Professoressa Strohmenger, quali sono i dati più significativi di quest’ultima indagine epidemiologica?

I dati che abbiano rilevato nell’ultimo anno, grazie alla collaborazione della Società degli igienisti, che raccoglie anche tutti i docenti di igiene e medicina preventiva presso i nostri corsi di laurea, sono molto buoni: in Italia abbiamo circa l’80 per cento dei bambini di quattro anni esenti da carie (cioè soltanto il 20 per cento presenta lesioni cariose). A 12 anni abbiamo il 57 per cento dei soggetti esente da carie e il 43 per cento con carie.A quattro anni si riscontra un dmft di 0,8, il che significa meno di un dente cariato a testa, che è ovviamente deciduo, mentre a 12 anni si arriva a circa un dente cariato a testa. Questi sono i dati inviati all’Oms e sono quindi da poco presenti nel database dell’organizzazione. Volevo sottolineare che la raccolta dei dati è stata possibile grazie all’aiuto di fondi Mentadent e con il contributo di Novartis per la pubblicazione in italiano.

Come è stata fatta la scelta delle fasce di età e qual è il giudizio complessivo che si può dare di questi risultati?

Le età che abbiamo indagato questa volta sono state diverse rispetto alle rilevazioni precedenti: quattro e 12 anni. Il motivo di questa scelta, presa in accordo con l’Oms, è presto detto: la soglia dei 12 anni è quella di riferimento per l’infanzia in tutto il mondo (una volta erano i 13 anni poi la soglia è stata abbassata). Per quanto riguarda i quattro anni, è stata una nostra proposta: ci sembrava importante per le conseguenze del rilevamento capire come vanno le cose in età prescolare. Ciò aiuta a predisporre le misure preventive da attuare nelle età successive. Quel che è emerso è una logica conseguenza dei vecchi rilevamenti: anche in Italia è in atto un progressivo declino della carie dentale perfettamente sovrapponibile con la situazione di tutti gli altri paesi industrializzati, in particolare di quelli europei. E il fenomeno è dovuto ai ben noti fattori.

Oltre alla carie sono state valutate anche altre patologie?

Sono state indagate le malattie parodontali, anche se non si tratta di patologie di elezione nell’età infantile. Ma l’Oms, con il suo indice CPTIN, che è un indice di comunità, va rilevare anche il sanguinamento al sondaggio e il tartaro, due aspetti che interessano anche i bambini.

E nel caso delle altre fasce di età?

Per quanto riguarda la fascia tra i 18 e i 25 anni, abbiamo approfittato dell’ultimo servizio di leva con un’indagine nelle caserme. Questa opportunità non c’è più, e quindi gli ultimi rilevamenti risalgono a cinque anni fa. Una categoria ritenuta molto importante dall’Oms è la terza età. Noi abbiamo fatto un po’ di indagini nelle case per riposo per anziani e per piccoli gruppi di persone che vi afferivano. Anche in questo caso, però, i dati sono ormai di qualche anno fa e quindi la questione andrà affrontata nuovamente in futuro. I problemi riguardano ovviamente la carie ma anche le patologie parodontali e soprattutto l’edentulismo, che rappresenta una parametro fondamentale per poter organizzare i servizi odontoiatrici. Deve essere affermato il principio dell’importanza della cura del cavo orale nell’anziano e in questo l’Italia è assolutamente in linea con gli altri paesi europei.

Quali sono state le modalità di raccolta dei dati?

Il passo fondamentale è stato quello di coinvolgere le realtà scolastiche, con una grande opera per far comprendere le motivazioni e i fini dello studio. Si è partiti con una sede scolastica scelta a caso per poi estendere l’indagine alle altre scuole presenti nella zona, anche per non creare un divario tra bambini di un plesso scolastico piuttosto che di un altro, il che non sarebbe corretto. Tramite le autorità scolastiche sono poi stati coinvolti gli insegnanti e i genitori, a quali è stato fatto pervenire un modulo in cui si illustrava ulteriormente l’iniziativa e si chiedeva il consenso. Una volta che questo è stato ottenuto si è potuto procedere con le indagini. Si tratta di un percorso piuttosto complesso, che tuttavia consente di coinvolgere e motivare sia la famiglia sia la struttura scolastica. La risposta è stata altissima, superiore all’85 per cento. Tradotto in cifre si parla di 11.270 soggetti visitati in 14 sedi, più due regioni complete. E non mi faccia citare tutte le università che hanno collaborato perché sono tantissime.

Perché parla di due regioni in particolare? Quali sono?

Si tratta della Lombardia e della Toscana. Il motivo di ciò è che i rispettivi assessorati alla sanità hanno chiesto, contestualmente a questa indagine, un monitoraggio più mirato.
 

Totale soggetti esaminati 11.270 (4 anni: 5.650; 12 anni: 5.620), in 14 sedi + 2 regioni complete


Accennava prima agli obiettivi per il futuro. Ce li può illustrare?

Si tratta di obiettivi molto mirati. Tradotti in cifre, i valori di riferimento preventivi al 2020 si ottengono semplicemente dimezzando quelli che abbiamo riscontrato con questo ultimo rilevamento. In parole povere, se ora abbiamo 0,8 denti cariati a quattro anni, vorremmo arrivare nel 2020 a 0,4, e passare dall’80 per cento esente da carie all’85 per cento. Questo è il modo di operare dell’Oms che intendiamo applicare anche in Italia.

E le strade per raggiungere questi obiettivi? Quali sono?

Ovviamente la prevenzione è la strada maestra, da percorrere insieme con tutti gli operatori impegnati in questo ambito, che sono fondamentalmente il pediatra, ma anche l’odontoiatra infantile, anche se in questa fascia di età è presente soprattutto nei casi in cui è coinvolto in appositi progetti nelle scuole. Ricordo che attualmente nelle grandi città è difficile trovare un bambino che non abbia un odontoiatra di riferimento, sia esso l’ortodontista o l’odontoiatra infantile. La professione si è molto rivolta ai bambini, basti guardare l’enorme successo - mi si passi il termine - che ha avuto in questi anni la Società di odontoiatria infantile. Non dimentichiamo infine che anche alcune multinazionali con i loro progetti concorrono a raggiungere gli obiettivi prefissati. Gli obiettivi che ci siamo prefissi ci imporranno di lavorare molto anche con i pediatri, che peraltro ci sollecitano continuamente. Nei controlli di salute nei primi anni di vita vengono spesso inseriti anche i controlli di salute orale, che poi permettono di consigliare al gruppo famigliare un iter di frequentazione del dentista, che sia pertinente tanto alla prevenzione - quando è importante che questa sia anche professionale - quanto all’eventuale terapia. Oggi il pediatra sa che i denti da latte possono essere conservati sani e che quelli malati possono essere curati e che ci sono abitudini nella prima infanzia che devono essere scoraggiate come l’assunzione di zuccheri con grande frequenza.

E l’informazione al cittadino? Che peso ha e che peso ha avuto in questi anni?

Un peso notevole, sicuramente. È evidente che il cittadino italiano è cresciuto, sia come possibilità economiche sia a livello di informazione, in modo assolutamente paragonabile con quello di altri paesi europei. Si tratta di un dato significativo, tenendo conto che il nostro è un paese in cui l’odontoiatria pubblica è stata comunque poca e non si è mai capito che mandato avesse. In un ambito abbandonato a se stesso, insomma, ognuno si è dato le sue regole e ha stabilito i propri percorsi. Ora abbiamo un ministro che dice di voler rivedere l’odontoiatria pubblica e darle un significato; noi non possiamo che essere contenti di questo. L’aumento delle informazioni a disposizione del cittadino è stato enorme, anche grazie alle campagne pubblicitarie che hanno introdotto nelle case degli italiani l’igiene orale come un imperativo.

Vale lo stesso anche per i bambini più piccoli?

Certo. Ripeto: esistono campagne delle multinazionali che raggiungono le scuole materne, non su tutto il territorio nazionale, ma quasi. E sono assai importanti. Sono molti i soggetti che si sentono impegnati a concorrere alla prevenzione delle patologie orali. Per arrivare agli obiettivi, la prevenzione passa di certo per l’informazione al cittadino.

Esistono dati che possano correlare insorgenza della carie e abitudini alimentari?

Dati precisi riferiti alla realtà italiana non ce ne sono: come al solito sono dati che dovrebbe fornire il mercato e che il mercato fa fatica a fornire. Tuttavia, si può affermare che la presenza di un 20 per cento di carie a quattro anni è con tutta probabilità correlata a scorrette abitudini alimentari, caratterizzate da eccessiva frequenza di assunzione di zuccheri. In questo si gioca tutta la professionalità del pediatra; il messaggio che deve dare non è di non far assumere zuccheri, ma di assumerli non troppo frequentemente. Poi magari l’informazione può essere ulteriormente raffinata e completata. Fortunatamente la questione della dieta infantile viene sollevata da più parti, basti pensare al problema dell’obesità infantile. In conclusione, ritengo che nei prossimi anni il pediatra avrà buon gioco, in questo contesto, nel favorire la prevenzione dentale poiché potrà inserirla in un progetto complessivo.

E per quanto riguarda la fluoroprofilassi? Che cosa si può dire?

È una pratica che dimostra ancora tutta la sua validità. La fluoroprofilassi sistemica ha un grande importanza, senza nulla togliere a quella topica, e siamo sollecitati soprattutto dai pediatri a diffondere dati a tale riguardo. Purtroppo sono difficili da ottenere, perché sono dati di mercato. Com’è noto la fluorurazione delle acque in Italia non è mai stata attuata, ma gli ultimi dati in letteratura che riguardano l’estero evidenziano come in tutti i paesi in cui la fluorurazione delle acque è stata interrotta, come per esempio in Norvegia, c’è stata una ripresa della carie. In ogni caso da un paio di anni l’Oms conferma la validità sia della terapia sistemica sia di quella topica e affida agli esperti dei singoli paesi - che in teoria dovrebbero essere gli odontoiatri di comunità - la valutazione delle indicazioni nazionali. Ci viene detto in pratica: “fate mente locale alla vostra situazione epidemiologica e alle vostre abitudini comportamentali”. Si tratta di un principio importante, perché il cittadino, l’esperto, il pediatra o l’odontoiatra è sempre alla ricerca dei principi generali, ma questi non vanno bene perché l’Italia deve avere elaborare proprie linee guida.

Accennava prima alla forte collaborazione da parte della Siti (società dei medici igienisti ndr) e delle Università. Il grande assente, mi pare di capire, è il ministero della salute...

Noi avremmo voluto in questi 20 anni essere l’interfaccia del ministero della salute per le questioni epidemiologiche in campo odontoiatrico, ma il segnale non è mai stato recepito. Per quanto riguarda le indagini, io mi sarei aspettata che il ministero fornisse indicazioni circa la filosofia generale, preventiva e terapeutica: un’interazione di questo o di qualsiasi tipo sarebbe auspicabile. Il nostro Centro di collaborazione raccoglie dati da anni, nella convinzione di fare una cosa utile: se il ministero utilizzasse i nostri dati saremmo solo contenti. Ma si ritorna sempre alla solita questione: l’odontoiatria pubblica è un capitolo che non è mai stato aperto, anche se bisogna ammettere che gli odontoiatri non si sono mai fatti sentire con forza. Noi dipendiamo dalle regioni che hanno una politica odontoiatrica che è quella che è... L’ultimo decreto regionale in Lombardia, per esempio, ha tagliato i fondi all’odontoiatria.

E guardando avanti? Qual è il futuro prossimo dell’epidemiolgia?

Il nostro Centro ha appena rinnovato la collaborazione per i prossimi quattro anni con un mandato molto preciso, complesso e multitematico, tenendo conto però che il primo interesse è epidemiologico. La sede di Ginevra è molto interessata a una sorta di sorveglianza a tutto campo: oggi siamo sollecitati a indagare sui bambini ma soprattutto su altre fasce d’età.

Patologie dentali


Patologie parodontali

GdO 2006; 13

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