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15 Giugno 2006

Parodontologia: nuove strategie diagnostiche e terapeutiche

di G.C. Leghissa


Leonardo Trombelli è professore associato, titolare dell’insegnamento di Parodontologia e Implantologia del Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria dell’Università di Ferrara. Dal 1995 al 2004 è stato Assistant Professor presso l’Advanced Education Program in Periodontics and Implant Surgery della Loma Linda University, California. Presidente eletto della Società Italiana di Osteointegrazione, è membro di numerose società scientifiche, tra cui la Società Italiana di Odontoiatria e Chirurgia maxillo-facciale, la Società Italiana di Parodontologia, l’International Association for Dental Research e l’International Academy of Periodontology. È componente dell’editorial board delle riviste Journal of Clinical Periodontology e Perio. È direttore del Centro di Ricerca e Servizi per lo Studio delle Malattie Parodontali dell’Università di Ferrara e autore di numerose pubblicazioni su riviste internazionali. Esercita attività libero-professionale limitata alla parodontologia e all’implantologia in Ferrara.

Da anni sei conosciuto nel mondo scientifico per la precisione con la quale prepari i tuoi lavori scientifici. Quale consiglio dai a chi vuole tenersi aggiornato nella miriade di informazioni che arrivano continuamente? Quali possono essere alcune guide-line alle quali fare riferimento?
Oggi l’odontoiatra libero-professionista è esposto a una, talvolta ridondante, molteplicità di informazioni che provengono dall’offerta formativa-didattica (corsi, conferenze, seminari, ecc.) e dalla pubblicistica scientifica. È mia convinzione che il fruitore ultimo di queste informazioni (ossia il clinico pratico) rischi talvolta di finire disorientato, se non addirittura disinformato, magari da visioni contrastanti derivate dalle personali convinzioni degli Autori. Voglio essere chiaro: ben venga un’informazione variegata e dissonante. La scienza medica in generale, e quella odontoiatrica in particolare, sono lungi dall’essere scienze esatte. Sono altrettanto convinto che occorra comunque tenere ben presente alcuni criteri, che ci guidino nella selezione di ciò che ci viene proposto, filtrandolo e consentendoci di trarre il maggior beneficio per noi e i nostri pazienti. Prima di tutto è bene selezionare le fonti della informazione. Ritengo che l’aggiornamento professionale debba essere principalmente derivato da riviste dotate di un board editoriale possibilmente di livello internazionale e composto da personalità di indubbio valore scientifico nella disciplina specifica. Riviste possibilmente indicizzate, magari dotate di impact factor, condizioni che assicurano, sia pur indirettamente, la qualità dell’informazione proposta. In secondo luogo, è indispensabile che la qualità dell’informazione sia solidamente ancorata al metodo scientifico. Faccio riferimento alla crescente necessità di basare la nostra pratica clinica sulle prove di efficacia (Evidence Based Dentistry). Ciò che ci viene proposto non può essere il frutto di una mera opinione personale, sia pur basata su un’esperienza clinica pluriennale. Ogni nuova proposta diagnostica o terapeutica dovrebbe essere suffragata da dati solidi, possibilmente derivanti da studi clinici randomizzati, ossia da sperimentazioni cliniche ove la possibile influenza delle personali convinzioni del ricercatore è ridotta al minimo dalla metodologia di studio. Dovrebbe poi essere sempre chiaramente esplicitato il potenziale conflitto di interessi tra il ricercatore e il committente della ricerca, spesso la stessa azienda proponente la strategia diagnostica o terapeutica testata.


Nel 4th European Workshop on Periodontology, al quale anche tu hai partecipato, si è discusso dell’utilità della strumentazione ultrasonica versus quella manuale per il debridment sottogengivale e si è giunti alla conclusione che la strumentazione ultrasonica non solo è sovrapponibile, come risultati, a quella manuale, ma che addirittura, essendo meno dipendente dall’abilità dell’operatore, consente il raggiungimento di risultati migliori in minor tempo. Come mai, secondo te, moltissimi odontoiatri e igienisti sono ancora così vincolati alla strumentazione manuale?
Ecco un classico esempio di quanto sia difficile modificare la nostra consuetudine clinica facendo riferimento non più sulle “tradizioni”, oralmente o verbalmente trasmesse dagli opinion leader, ma sul dato scientifico obiettivo. Vi sono almeno un paio di revisioni sistematiche della letteratura (ossia revisioni dei dati scientifici più corretti e accreditati disponibili sull’argomento) che concludono come vi sia una pari efficacia in termini di risultato clinico tra strumentazione manuale e meccanica, con un maggior risparmio di tempo per la strumentazione meccanica. Preciso che, oltre tutto, buona parte dei dati su cui si basano queste conclusioni nascono da trial clinici controllati eseguiti in epoca in cui la strumentazione meccanica non era agli attuale livelli di compiutezza e versatilità. Ciononostante, ancora molte Scuole e molti clinici privilegiano un utilizzo quasi esclusivo di falcetti e curette. Sia chiaro: gli strumenti manuali hanno ancora precise e specifiche indicazioni d’uso. Sono altrettanto convinto che l’approccio futuro alla strumentazione parodontale non chirurgica prevederà, da un lato, la progressiva compattazione delle sedute di strumentazione, dall’altro un uso sempre più massiccio degli strumenti meccanici.

Alcune informazioni di grande importanza clinica, mi riferisco per esempio alla full mouth disinfection, all’uso dello spazzolino elettrico per l’igiene domiciliare e dello spazzolino interprossimale ecc, faticano a diventare patrimonio comune della professione odontoiatrica. Secondo te perché queste resistenze?
Domanda difficile che prevederebbe una risposta complessa. Per semplificare, ritengo che la difficoltà con cui nuove metodiche preventive o terapeutiche, ancorché dimostrate efficaci in modo definitivo da dati scientifici inoppugnabili, vengono accolte e condivise dalla comunità clinica sia dovuta in parte a motivi legati alla fisiologica diffidenza derivante dalla consolidata routine clinica, in parte da un panorama di aggiornamento talvolta frammentario o impreciso. Ripeto: data la quantità di informazioni a cui, come professionisti, siamo quotidianamente esposti, è difficile riconoscere ciò che varrebbe la pena adottare nella nostra quotidianità clinica (poiché dimostratosi efficace in vari trial clinici controllati) e ciò che è bene non considerare in attesa che ci venga proposto con una maggiore solidità scientifica. Occorre ancora una volta richiedere e pretendere che ciò che ci viene propinato sia stato adeguatamente testato. E se la novità si è rivelata, alla prova scientifica, migliore dello standard finora adottato, dobbiamo essere pronti al cambiamento, nell’interesse dei nostri pazienti.

È dimostrato in modo inequivocabile che la sopravvivenza a lungo termine delle protesi implanto-supportate è, fondamentalmente, un problema di igiene orale domiciliare e professionale. Eppure molti odontoiatri resistono all'ingresso degli igienisti nei loro studi. Secondo te perché?
La terapia parodontale di supporto è fondamentale per la sopravvivenza della dentizione naturale e degli impianti. Purtroppo ottenere una compliance ottimale a lungo termine dai nostri pazienti è cosa estremamente difficile e che implica risorse e professionalità dedicate. Ritengo che l’igienista dentale laureato o diplomato, anche più dell’odontoiatra, sia in grado di incidere positivamente nel migliorare il livello di collaborazione (all’igiene domiciliare, ai richiami periodici) del paziente. L’igienista dentale ha ricevuto un training specifico nel proprio curriculum di studio, di conseguenza possiede un know-how e una motivazione a mio parere assolutamente adeguati. Non riesco a “leggere” le cause di questa resistenza.

Quali novità vedi delinearsi nella parodontologia che possano influenzare il comportamento clinico della professione?
Negli ultimi anni si è assistito a un crescente interesse da parte della ricerca parodontale circa i meccanismi patogenetici legati all’individuo “ospite”, che portano all’insorgenza e progressione della patologia parodontale. La migliorata conoscenza dei fattori genetici e comportamentali/ambientali che modulano la risposta infiammatoria scatenata dal biofilm dentale determinerà presto la messa a punto di nuove (o il miglioramento delle attuali) strategie diagnostiche, preventive e terapeutiche legate al controllo dell’infiammazione placca-associata. Sul fronte della ricostruzione dei tessuti parodontali lesi dalla patologia, credo che i prossimi anni riserveranno grandi e importanti sorprese derivanti dall’applicazione clinica dei fattori biomimetici, dei fattori di crescita e delle proteine morfogenetiche, nonché dall’impiego delle cellule staminali almeno a fini osteogenetici. Presso il nostro Centro di Ricerca dell’Università di Ferrara (www.unife.it/parodontologia) siamo molto impegnati su entrambi questi fronti.



 
 

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