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18 Luglio 2008

Rischio parodontale al vaglio dell'evidenza

di Renato Torlaschi


Leonardo Trombelli insegna all’Università di Ferrara, dove è titolare della cattedra di parodontologia e implantologia; è inoltre direttore del Centro di ricerca e servizi per lo studio delle malattie parodontali, sempre presso l’ateneo ferrarese. Gli abbiamo chiesto, innanzitutto, di tratteggiare le novità più significative in materia di trattamento e prevenzione della malattia parodontale.
“L’evidenza scientifica indica che circa il 50 per cento del rischio per la suscettibilità alla malattia parodontale sembra essere spiegato dall’ereditarietà, mentre il rimanente 50 per cento della variabilità è spiegato da diversi determinanti del rischio (fattori di rischio) ambientali o acquisiti, il cui ruolo è stato in parte identificato in studi longitudinali. Essere a rischio per la parodontite significa avere una maggiore suscettibilità alla distruzione dei tessuti parodontali e, quindi, alla perdita di elementi dentari.
L’applicazione di un modello di prevenzione in parodontologia richiede necessariamente un’accurata e valida determinazione del rischio, ovvero l’individuazione di tutti i fattori che aumentano il rischio nel caso in esame, e nella formulazione di metodi quanto più obiettivi, che determinino la loro importanza nel processo patologico.
Di conseguenza, l’approccio preventivo e terapeutico alla parodontite ha subito una transizione, ovvero alla riparazione di una lesione già instauratasi si è affiancata l’applicazione di un articolato modello medico di prevenzione primaria, secondaria e terziaria, basato essenzialmente sulla valutazione del rischio individuale. Al fine di definire e standardizzare la valutazione del rischio parodontale, durante l’ultimo decennio sono stati proposti diversi modelli.
La vera novità di questa iniziativa è quella di avere spostato l’interesse del clinico dal semplice in quadramento diagnostico del caso alla valutazione della prognosi del paziente: non solo determinare la presenza e severità di malattia, ma la sua propensione al peggioramento se lasciata non trattata. E, ultimo e non ultimo, l’interpretazione della efficacia delle nostre procedure terapeutiche in chiave “prognostica”: ossia, che risvolto ha sulla prognosi della dentizione del paziente quello che noi professionisti facciamo in termini di trattamento?
Dunque, abbiamo a che fare con una nuova metodica di valutazione del rischio parodontale. Vediamola più da vicino…
Nel 2006, il Centro di ricerca e servizi per lo studio delle malattie parodontali dell’Università di Ferrara ha elaborato una nuova metodica di valutazione del rischio parodontale che, attraverso l’utilizzo di schemi e tabelle relativi ai fattori e indicatori di rischio più accreditati scientificamente, possa costituire uno strumento di facile applicazione clinica e di immediato riscontro nella quotidiana comunicazione tra odontoiatra/igienista dentale e paziente. Il metodo è basato sulla valutazione e sull’elaborazione dei rischi associati a 5 fattori/indicatori di rischio. I parametri considerati nel metodo di calcolo del rischio sono costituiti da dati anamnestici (fumo, diabete mellito), da parametri parodontali clinici (numero di tasche parodontali con profondità di sondaggio uguale o superiore a 5 mm, Indice di sanguinamento al sondaggio) e parametri derivati (rapporto perdita ossea/età) con un valore predittivo prognostico per la parodontite scientificamente consolidato.
Il livello di rischio individuale, quando calcolato in accordo al presente metodo, viene ricavato dalla valutazione congiunta dei 5 parametri suddetti. Il metodo proposto rappresenta un valido strumento di comunicazione tra odontoiatra/igienista dentale e paziente sia sul piano preventivo sia su quello terapeutico.
Da qui l’idea del workshop, un’iniziativa che ha avuto un notevole successo…
Il metodo di valutazione del rischio parodontale da noi elaborato costituisce uno strumento di facile e rapido utilizzo, e si è rivelato da subito uno strumento efficace nell’individuazione di variazioni del rischio in seguito a terapia parodontale. Da qui, l’esigenza di una maggiore diffusione del nuovo metodo a odontoiatri e igienisti dentali di tutto il territorio nazionale attraverso una serie di workshop, realizzati in collaborazione con GABA International. Il primo incontro, organizzato nell’Aula Magna dell’Università di Ferrara l’11 Giugno 2007, ha avuto un immediato riscontro da parte di odontoiatri e igienisti, con la partecipazione di oltre 300 persone. Sulla base di questo successo, il workshop è stato riproposto presso altri sedi prestigiose quali l’Università di Catania, Trieste e L’Aquila. Il workshop prevede interventi di didattica frontale e la presentazione di casi clinici paradigmatici. Mi affiancano nel percorso didattico i miei validissimi collaboratori: il dottor Roberto Farina illustra l’utilizzo del metodo durante la fase diagnostica, mentre la dottoressa Maria Elena Guarnelli e il dottor Luigi Minenna hanno il compito di approfondire il ruolo del monitoraggio del rischio durante la terapia causale. I lavori si chiudono con una relazione sull’impatto della terapia chirurgica correttiva sul livello di rischio e la discussione finale con i partecipanti.

 
 

GdO 2008; 11

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