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13 Luglio 2009

Distaccato ma comprensivo: ecco il "profilo psicologico" dell'odontoiatra

di Debora Bellinzani


L’empatia per l’odontoiatra è una risorsa preziosa, ma molto delicata: troppo coinvolgimento con lo stato d’animo del paziente impedirebbe di svolgere in modo professionale il proprio lavoro, mentre una scarsa condivisione non consentirebbe di comprendere il paziente e porsi nell’atteggiamento di cura che oggi è considerato necessario e proficuo. Un nuovo studio canadese, però, ha provato che non è una questione di quantità ma di qualità: non si tratta cioè di maggiore o minore coinvolgimento, ma del tipo di coinvolgimento adottato. In altre parole, il “segreto” di un odontoiatra comprensivo e accogliente nella giusta misura è accantonare la propria empatia emotiva e mettere in campo quella più razionale e cognitiva; separando per la prima volta l’analisi dei due tipi di coinvolgimento in un gruppo di studenti, i ricercatori hanno potuto spiegare agli odontoiatri quali delle loro qualità è utile mettere in campo.

Che cos’è l’empatia e perché serve
“Per inquadrare l’argomento, possiamo dire che l’empatia è stata definita come l’esperienza indiretta delle sensazioni, dei pensieri e degli atteggiamenti di un’altra persona” chiarisce Carilynne Yarascavitch, ricercatrice presso il Wilson Centre for Research in Education dell’Università di Toronto, in Canada; “gli esperti però oggi concordano sul fatto che l’empatia è un costrutto multidimensionale costituito sia da processi emotivi, ossia sensazioni che arrivano di riflesso dall’altra persona, sia da processi cognitivi, ossia pensieri costruiti dall’immaginazione del soggetto che prova empatia. In altre parole, mentre l’empatia emotiva è la condivisione delle sensazioni dell’altro, l’empatia cognitiva è l’abilità di assumerne il punto di vista senza il carico delle sue emozioni.”
Più che dalla definizione di empatia, che è servita comunque a tracciare il disegno dello studio, il lavoro dei ricercatori ha preso le mosse da un dato di fatto riscontrabile in qualsiasi facoltà di odontoiatria. “Il nostro punto di partenza è stata l’osservazione del fatto che gli studenti sembrano diventare più distaccati, addirittura più ‘cinici’, man mano che acquistano esperienza pratica nel loro corso di studi” descrive la ricercatrice. “Ma come può un odontoiatra essere un bravo professionista se perde l’empatia con il paziente, ossia quella capacità di comprendere e interagire che oggi anche gli studi scientifici riconoscono come fondamentale per la professione medica? È stato provato, infatti, che un atteggiamento empatico e comprensivo da parte del medico è associato a un migliore esito delle cure, a una percezione ridotta del dolore, a tempi di guarigione più rapidi e a una maggiore aderenza del paziente alle prescrizioni. Nello specifico delle cure odontoiatriche, inoltre, la letteratura scientifica prova che l’empatia professionale è correlata con la diminuzione della paura, con una maggiore collaborazione dei pazienti sia adulti sia bambini, con migliori risultati delle cure e, in generale, con una maggiore soddisfazione del paziente rispetto al trattamento.”
Ma è poi vero che gli studenti, trattando paziente dopo paziente, diventano più cinici? Per capire dove vada a finire l’empatia naturale che gli studenti hanno all’inizio del percorso che li porta a diventare odontoiatri, i ricercatori hanno impostato una ricerca diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta.

Il percorso psicologico dell’odontoiatra
La strada scelta dai ricercatori è stata quella di valutare, attraverso alcuni test psicologici, l’atteggiamento e lo stato emotivo di 178 studenti dei quattro anni del corso di studi in odontoiatria delle università di Toronto e del Western Ontario. “Per la prima volta in questo contesto abbiamo creato strumenti di valutazione psicologica in grado di analizzare separatamente la dimensione emotiva e quella cognitiva dell’empatia, rilevando che gli studenti del primo anno provano prevalentemente empatia emotiva, condividendo in modo eccessivo le sensazioni e le paure del paziente, mentre gli studenti del terzo anno sono coloro che mostrano di provare quasi esclusivamente empatia cognitiva, e di avere quindi un atteggiamento estremamente distaccato rispetto al paziente” prosegue la ricercatrice. “Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, gli studenti del quarto e ultimo anno equilibrano i due aspetti dell’empatia riacquisendo in piccola parte l’aspetto emotivo perso durante la formazione; questo avviene probabilmente perché, una volta acquistata una maggiore esperienza e imparato a gestire le emozioni che potrebbero interferire con il lavoro, i giovani odontoiatri cercano una via nuova e professionale per entrare in contatto con il soggetto che riceve le loro cure.”
Quella che i ricercatori hanno descritto negli studenti con maggiore esperienza è una sorta di empatia professionale, che l’odontoiatra “costruisce” con il tempo. “Con l’esperienza gli studenti imparano a separare il ‘sé professionale’ dal ‘sé personale’, costruendo una distanza emotiva che lascia però spazio a un atteggiamento comprensivo e rassicurante nei confronti del paziente e che li protegge psicologicamente dall’interazione continua con persone che soffrono o provano paura” spiega infine la ricercatrice. “Ancora più interessante, però, è stato osservare che lo sviluppo di questa abilità non interferisce con la capacità di provare empatia in generale: dai test emerge infatti che nella vita privata gli studenti continuano ad avere reazioni empatiche e di coinvolgimento emotivo del tutto normali verso gli stati d’animo altrui. Con questo percorso psicologico, che prima separa e poi riequilibra gli aspetti emotivi e quelli cognitivi dell’interazione con la persona curata, gli odontoiatri imparano ad avere quell’atteggiamento comprensivo e rassicurante che porta a migliori risultati nel trattamento e, soprattutto, a una maggiore soddisfazione del paziente”.

“Changes in dental student empathy during training”
J Dent Educ 2009;73(4):509-17.

 
 

GdO 2009; 11

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