Spesso si sente citare il termine “empatia” quando si tratta del comportamento che dovrebbe tenere il medico (e l’odontoiatra) riguardo ai propri pazienti. Per chiarirci le idee, credo sia molto utile partire dalla definizione di “empatia” che viene data, per esempio, dal Devoto-Oli. L’autorevole dizionario, per spiegarlo, ne dà due significati che si integrano: il primo è la “capacità di porsi in maniera immediata nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona”; il secondo, la “capacità di coinvolgere emotivamente il fruitore con un messaggio in cui lo stesso è portato a immedesimarsi”.
In queste due definizioni c’è tutto il succo dei nostri doveri professionali. Infatti, indipendentemente dalle nostre capacità manuali, l’approccio fondamentale che dobbiamo avere è, anzitutto, quello di “porci in maniera immediata nello stato d’animo” del paziente, venuto da noi perché ha fiducia in noi. Lasciamo stare profonde disquisizioni di deontologia o di etica (addirittura di bio-etica). Tutto è molto più semplice, anzi, elementare. Il paziente ha un problema e noi, mediante l’empatia (vedi sopra la definizione) dobbiamo far diventare nostro il suo problema. Ovviamente (e, più avanti, il Devoto-Oli lo dice) questo deve accadere “…con nessuna o scarsa partecipazione emotiva”. È chiaro: essere professionisti significa addossarsi il problema senza lasciarsi schiacciare dal peso emotivo che ne sopporta, invece, il non-competente.
Si passa così alla seconda valenza dell’empatia, alla sua seconda definizione. Una volta che abbiamo fatto nostro il problema del paziente, dobbiamo comunicare con lui in maniera tale che siamo in grado di coinvolgerlo, ora sì emotivamente, “con un messaggio in cui lui stesso sia portato ad immedesimarsi”.
In questa seconda parte della nostra pratica dell’empatia c’è un insieme di due fattori: 1) la capacità di coinvolgere e convincere il paziente fino a che, 2) lo si faccia diventare nostro alleato con l’immedesimarsi (questa volta lui, non noi) nel progetto che stiamo descrivendo e mettendo in atto.
È attraente chiedersi se tutto questo sia il presupposto di una vera e propria “procedura operativa”. La risposta è “sì” e, ancora una volta, è l’ergonomia che ci insegna come si gestisce questo meccanismo assolutamente indispensabile, ma molto sofisticato. Non è possibile trattare qui il complesso “come”: ci basti sapere e ricordare che, senza l’empatia, così definita ed intesa, l’odontoiatria non è una professione, ma un povero, semplice e, forse, troppo umile “mestiere”.
Professione o mestiere, dunque? Si legga la definizione di “mestiere” sul Devoto-Oli e se ne avrà la chiara, esauriente, inequivocabile risposta.
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