Per il prof. Gagliani per evitare che sia un inutile privilegio si deve rimodulare e calibrare l’insegnamento alle trasformazioni che il mondo del lavoro odontoiatrico sta vivendo
Questo DiDomenica del nostro direttore Norberto Maccagno mi ha fornito l’occasione di esporre alcune riflessioni riguardo alla situazione del Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria.
Da sempre si contesta la fase di ingresso al numero chiuso, si ironizza sulle lauree estere e sull’immissione di neo-laureati che, in Italia, non avrebbero avuto accesso a quel riconoscimento. Nel frattempo sono sorti dei corsi di Laurea privati che, solo vent’anni fa, non avevano cittadinanza in questo ambito. Rimanere confinati in questo contesto significherebbe eludere il vero problema che l’Università italiana sta dibattendo, ovvero la coerenza tra percorso di studio e immissione nel mondo del lavoro; nell’Odontoiatria questo elemento è quanto mai stringente.
Se un ragazzo si laurea in Economia ha davanti a sé un ventaglio di opportunità che un Odontoiatra non avrà mai, potendo il primo vendere mele o fare pubblicità a biciclette indifferentemente, mentre il secondo più che preoccuparsi di denti che “o si bucano o dondolano” (copyright Prof G Vogel) non potrà fare. Da qui la stretta necessità di guardare ai piani di studi in odontoiatria in modo consono alla realtà che vede il settore frammentato in organizzazioni, più o meno logiche, troppo difformi per fornire soluzioni formative univoche, il che vuol dire, arrangiarsi dopo la laurea, fatto pericoloso e regressivo per la categoria, in generale. Fermo restando che il numero chiuso sia legittimato da una serie di osservazioni evidenti, sulle quali faccio una sola piccola notazione.
Seguo queste vicende da oltre trent’anni e per essere ammessi a Odontoiatria, con buona pace delle domande sulla “grattachecca”, bisogna rispondere a poco meno di sessanta quesiti su 80, in anni passati anche meno del 50%.
Dico io, è legittimo che un individuo si presenti a un esame che decide della sua vita così impreparato?
Ho avuto decine di esempi di ragazzi che, con una minima dedizione, sono giunti al traguardo senza l’incubo dei brogli. E ho annotato anche questionari di esame a esito negativo….Inseriti nel lungo fiume che porta inevitabilmente alla Laurea, di fatto la percentuale degli abbandoni è risibile, i nostri eredi vivono esperienze realisticamente difformi, sebbene i piani di studi siano omologati sul territorio nazionale.
Qui c’è il nodo gordiano; piani di studi omologati per realtà lavorative differenti che sono ascrivibili a due grandi categorie: gli eredi e i dipendenti. I primi hanno parentela più o meno stretta che li indirizzerà nel mondo della dentistica, i secondi finiranno per lavorare sottopadrone. Quest’ultimo, non importa quale sia la sua matrice, definirà sempre il profilo di un dentista-cottimista; rari i padroni illuminati, almeno a mia memoria.
Dove il male?
Ma, vorrei essere provocatorio: il male è in un piano di studi e in un’Università, generalmente parlando, disattenta all’evoluzione del mondo odontoiatrico. Il che non vuol dire che l’Università sia colpevole, ma significa che l’insegnamento, peraltro enorme in termini di tempo, debba essere rimodulato e calibrato per le pesanti trasformazioni che il mondo del lavoro odontoiatrico sta vivendo. Oltre la metà di noi tra dieci anni avrà finito di grattare smalto e dentina, sarà bene rendersene conto.
Come fare?
Un problema complesso ha sempre una soluzione semplice: quella sbagliata! (GB Shaw). Eludere il problema o minimizzarlo significherà abdicare al ruolo che l’Università avrebbe di formare per immettere – in modo adeguato – nel mondo del lavoro. Questo mondo non è fatto solo di carie, peraltro in drastica diminuzione, ma soprattutto di realtà lavorative cui i giovani non sono preparati se non per tradizione (sempre giuste?) di famiglia o per viaggi nelle giungle del “sotto-padrone”.
Rinnovarsi è un obbligo ormai ineludibile. Nei piani di studi, nelle evoluzioni degli stessi verso indirizzi specifici, nel proporre centri universitari che possano ospitare anche aree di lavoro post-laurea come fanno le grandi università straniere e quelle italiane più illuminate, intersecate con le attività produttive del settore.
Un’evoluzione che, se non avviata in questi anni, fornirà al mondo del lavoro studenti indietro di vent’anni. Per questi motivi il diritto allo studio sarà un inutile privilegio.
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