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09 Giugno 2011

I rischi e le controindicazioni dei piercing orali

di Renato Torlaschi


Tra gli Aztechi, il piercing alla lingua era considerato un’offerta agli dei ed era parte di complicati rituali religiosi; pare invece che i Maya lo ritenessero una dimostrazione di forza. Forma d’espressione che risale a epoche lontane, il piercing è ora una moda diffusissima in tutto il mondo, specialmente tra i giovani. Perforazioni alla lingua, alle labbra e alle guance, brillantini temporanei e permanenti ai denti: bocca e dintorni sono tra le più popolari sedi del body piercing, seconde solo ai classici fori alle orecchie. Ma oltre alle considerazioni estetiche o sociologiche, in cui non intendiamo addentrarci, esistono implicazioni mediche rilevanti e generalmente sconosciute o sottovalutate da chi si sottopone a queste pratiche. Molto spesso i piercing vengono effettuati da operatori privi di qualunque specializzazione professionale oltre a quella derivata dall’esperienza e che possono avere gravi carenze dal punto di vista anatomico e clinico. In questi casi, gli interventi possono essere eseguiti senza anestesia e con un controllo del tutto inadeguato delle infezioni, mentre il follow-up è in genere inesistente.
Non è dunque sorprendente che sia stata documentata una grande varietà di complicazioni associate ai piercing orali. Il medico o l’odontoiatra vengono spesso chiamati in causa solo quando il problema si è manifestato in tutta la sua gravità.

I problemi
Tra i più frequenti inconvenienti in cui può incorrere chi si affida a un piercer non professionale, ci sono le infezioni. La ferita, la gran quantità di batteri presenti nella cavità orale e l’introduzione di ulteriori microorganismi durante l’intervento rendono il rischio di infezioni molto elevato. Strettamente connessa alle infezioni locali, c’è la possibilità di trasmissione di diversi tipi di patologie; una mancata o impropria sterilizzazione degli strumenti utilizzati può causare infezione da parte dei virus dell’herpes simplex, dell’HIV o delle epatiti B e C.
Inoltre, la ferita può aprire ai microorganismi patogeni la strada maestra del flusso sanguigno e portare fino al cuore. L’endocardite infettiva è una malattia causata dall’infezione microbica del rivestimento endoteliale del cuore. La lesione caratteristica è la vegetazione, una lesione che deriva dalla deposizione di piastrine e fibrina sulla superficie endoteliale del cuore: generalmente si sviluppa su una valvola cardiaca, ma talvolta compare su altre parti dell’endocardio. Altra conseguenza documentata è l’angina di Ludwig, che è localizzata nello spazio sottomandibolare, ma si estende rapidamente ai tessuti molli del collo e alla regione laringea, con pericolo di soffocamento per edema della glottide e che richiede un intervento tempestivo.
Ulteriori complicazioni comunemente associate ai piercing orali sono i danni ai nervi. Ne sono spia: intorpidimenti, deterioramento della sensibilità e problemi di mobilità se la sede del piercing è la lingua. Quando la perforazione coinvolge i vasi sanguigni, possono verificarsi sanguinamenti prolungati. In casi gravi, il gonfiore della lingua crea difficoltà di respirazione fino a chiudere le vie respiratorie.

In tempi più lunghi, i piercing orali aumentano il rischio di danni alle gengive. La letteratura documenta ferite tissutali, ma anche retrazioni gengivali, che lasciano la radice del dente maggiormente esposta alla carie e alle malattie parodontali, fino alla perdita di elementi dentali. In questo caso, anche il danno estetico compensa ampiamente l’opinabile abbellimento che alcuni attribuiscono al piercing. Seppur meno fragili delle gengive, anche i denti possono essere danneggiati: il contatto con il metallo può produrre fratture, in particolare quando il dente ha subito riparazioni. Alcuni studiosi hanno riportato percentuali di denti scheggiati fino al 47% tra i soggetti che portano la classica barretta metallica alla lingua per almeno quattro anni.

Danni tissutali
Un recente studio condotto su circa 200 giovani francesi ha mostrato che i danni tissutali variano considerevolmente in funzione del materiale di cui è composto l’ornamento inserito nella cavità orale. Titanio, acciaio chirurgico e Teflon sono stati associati a recessione gengivale rispettivamente nel 52,9%, 23,5% e 9% dei casi, mentre si sono avuti danni ai tessuti duri dei denti nel 35,7%, 42,9% e 14,3%.
I piercing si associano spesso a difficoltà nelle più normali funzionalità orali: masticare, inghiottire alimenti solidi e persino parlare in modo chiaro. Una delle ragioni sta nell’eccessiva secrezione di saliva indotta dall’oggetto estraneo presente nel cavo orale. Anche il senso del gusto ne può essere alterato.
C’è poi il non trascurabile capitolo delle reazioni allergiche al metallo: le dermatiti da contatto sono un effetto avverso che si manifesta come una reazione di ipersensibilità e determina rossori e prurito. L’utilizzo di leghe contenenti nichel determina la maggior parte dei problemi allergici.
Infine, ad alcuni soggetti è capitato di inghiottire alcuni elementi del piercing dopo che le palline di metallo si sono svitate dalla barretta e hanno riportato lesioni al tratto digestivo.

Abbiamo dunque a che fare con un tipo di gioielli molto pericoloso. Anche quando si è così fortunati da non risentire di nessuna delle complicazioni durante l’intervento, la lingua a cui è stato applicato il piercing richiede generalmente dalle quattro alle sei settimane per guarire, mentre un piercing alle labbra guarisce in uno o due mesi. Durante questo periodo bisognerebbe seguire tutta una serie di precauzioni, anch’esse largamente ignorate o disattese. Bisognerebbe evitare gli alcolici, i cibi speziati e quelli troppo duri e croccanti; non fumare o usare prodotti a base di tabacco; spazzolare dopo ogni pasto e fare sciacqui con colluttori; sciacquare frequentemente la bocca con acqua salata tiepida.
E, se non si è pensato di farlo prima, fare una visita dal proprio dentista.

Bibliografia
Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol Endod 2010;110:744-7.
Community Dent Health 2010 Mar;27(1):35-40.
Dent Traumatol 2005;21:341-3.

 
 

GDO 2011;7

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