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18 Settembre 2026

I Neandertal curavano i denti

La scoperta riguarda il molare di un adulto datato a circa 59.000 anni fa, che presenta un’ampia cavità che sarebbe stata intenzionalmente creata per eliminare tessuto cariato


journal.pone

Nella grotta di Chagyrskaya, sui monti Altai della Siberia sudoccidentale, una ricerca pubblicata su PLOS One documenta quella che potrebbe essere la più antica evidenza di terapia dentale invasiva nella storia umana: un Neandertal avrebbe trattato una carie perforando il dente con strumenti litici e, forse, ricorrendo anche a sostanze lenitive. La scoperta riguarda il molare inferiore sinistro di un adulto (Chagyrskaya 64), datato a circa 59.000 anni fa, che presenta un’ampia cavità intenzionalmente creata mentre l’individuo era in vita.

Secondo gli autori, si tratta di un intervento deliberato di rimozione del tessuto cariato, ben oltre le pratiche palliative finora attribuite ai Neandertal. “Le caratteristiche morfologiche indicano una manipolazione artificiale finalizzata al trattamento della carie”, osservano i ricercatori. 

Dalla morfologia alla diagnosi: come si è giunti alla scoperta

L’interpretazione non nasce da un singolo indizio, ma da un’analisi integrata che ha combinato microscopia, micro‑CT, spettroscopia Raman e studi sperimentali. L’elemento chiave è una grande concavità occlusale profonda oltre 2,5 mm, con morfologia sub‑arrotondata e pareti lisce, che si estende fino alla camera pulpare. Le immagini micro‑tomografiche hanno evidenziato una demineralizzazione della dentina compatibile con carie profonda (grado 4‑5), associata all’assenza di dentina secondaria e a un’estensione anomala della cavità rispetto ai pattern da attrizione fisiologica. 

Gli autori escludono con argomentazioni robuste le alternative etiologiche: trauma (margini non compatibili), usura patologica (geometria incongruente) e fenomeni tafonomici (assenza di processi geologici in grado di scavare dentina iperdensa). A supporto della natura artificiale, sono state identificate microstriature parallele e solchi a sezione V lungo le pareti della cavità, coerenti con un’azione meccanica controllata. 

La “tecnica” neandertaliana

Gli esperimenti condotti dagli autori su molari di Homo sapiens hanno dimostrato che cavità analoghe possono essere prodotte mediante perforazione manuale con piccoli strumenti litici appuntiti, verosimilmente perforatori in diaspro presenti nel sito. La tecnica più efficace è risultata la rotazione manuale (hand drilling), in grado di penetrare rapidamente la dentina e raggiungere la camera pulpare anche in meno di un’ora di lavoro sperimentale. Secondo gli autori, il dente mostra tre depressioni parzialmente sovrapposte, suggerendo un intervento in più fasi o tentativi successivi di accesso alla lesione. “L’impiego di una tecnica di perforazione/rotazione implica movimenti digitali complessi e una scelta consapevole dello strumento più efficace”, sottolineano i ricercatori. Accanto a questa procedura invasiva, lo stesso dente presenta solchi interprossimali da “toothpicking”, segno di una gestione multifattoriale del dolore orale già documentata nei Neandertal, ma qui integrata da un intervento più avanzato.  

Medicamenti: un’ipotesi suggestiva ma non confermata

Un aspetto particolarmente interessante riguarda la possibile associazione con sostanze medicamentose. Gli autori ipotizzano che la cavità potesse essere riempita con materiali come cera, resina o bitume, dotati di proprietà antisettiche e analgesiche. Tuttavia, le analisi Raman non hanno individuato residui organici o inorganici diversi dalla dentina, rendendo questa ipotesi plausibile ma non dimostrata. 

Le prove a sostegno della tesi

Le evidenze convergenti possono essere sintetizzate in pochi elementi chiave:

  • Morfologia anomala della cavità incompatibile con processi naturali.
  • Demineralizzazione dentinale tipica di carie profonda.
  • Microtracce coerenti con perforazione rotatoria.
  • Replicabilità sperimentale mediante strumenti litici.
  • Segni di usura successiva, indicativi di sopravvivenza dopo l’intervento. 

Nel complesso, per gli autori “l’insieme dei dati conferma un’origine antropica della cavità e il suo legame con un trattamento intenzionale della carie”.  

Implicazioni cliniche e cognitive

Dal punto di vista clinico, l’apertura della camera pulpare avrebbe potuto determinare un iniziale aumento del dolore, seguito dalla necrosi pulpare e da una possibile remissione sintomatica. L’intervento, pur rudimentale, potrebbe quindi aver avuto un effetto terapeutico reale. Sul piano cognitivo, il caso suggerisce che i Neandertal fossero in grado di:

  • Localizzare la fonte del dolore.
  • Comprendere la possibilità di un intervento.
  • Selezionare strumenti adeguati.
  • Tollerare una procedura dolorosa prolungata.

 “Questi comportamenti avvicinano i Neandertal agli esseri umani moderni e li distinguono dalle risposte istintive osservate nei primati non umani”, osservano gli autori.  

Dalla dentizione neandertaliana ai Sapiens

Il contesto biologico è coerente con le differenze note tra Neandertal e Homo sapiens: smalto relativamente più sottile e maggiore volume di dentina, con frequenti caratteristiche di taurodontismo (camera pulpare ampia e apicalizzata). Queste peculiarità avrebbero reso la dentina più accessibile e la progressione della carie diversa rispetto ai Sapiens, influenzando anche la dinamica dell’intervento.

Dal Paleolitico medio ai Sapiens del Paleolitico superiore si osserva poi una progressiva modifica delle proporzioni tessutali dentarie, con implicazioni sia funzionali sia patologiche, inclusa la diversa suscettibilità alla carie. 

Una medicina preistorica più evoluta del previsto

Questo caso sposta indietro di oltre 40.000 anni le prime evidenze di trattamento invasivo della carie, finora attribuite a Homo sapiens del Paleolitico superiore. La grotta di Chagyrskaya consegna quindi un’immagine nuova dei Neandertal: non solo capaci di cura e assistenza, ma potenzialmente dotati di un approccio terapeutico intenzionale, che includeva diagnosi empirica, scelta dello strumento e intervento mirato.

Per approfondire: 

Earliest evidence for invasive mitigation of dental caries by Neanderthals

Photo Credit: PlosOne

 
 

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