01 Maggio 2021

Dente autologo: un candidato promettente per la rigenerazione ossea

Intervista all'autore

Lorena Origo

Elio MinettiElio Minetti

Esiste un materiale autologo in grado di rigenerare l’osso in modo naturale, senza effettuare un prelievo in un altro sito? Lo chiediamo a Elio Minetti, che affiancato da un gruppo di co-autori ha lavorato alla stesura del manuale “Il dente come ma­teriale d’innesto”.

Come è nata l’idea, dottor Minetti, di studiare l’utilizzo di denti nativi come materiale di innesto?
In maniera puramente casuale nel 2014, grazie a un amico di Singapore che mi ha raccontato di un suo collega coreano che aveva iniziato a utilizzare questa tecnica. Inizialmente scettico, ho cominciato a documentarmi sulla letteratura esistente e dopo quasi un anno di lavoro avevo cambiato opinione giungendo alla con­clusione che si trattava di un approccio fortemente innovativo.

È noto infatti ormai da tempo che il mate­riale ideale con cui riempire i difetti ossei è il tessuto osseo autologo, nonostante le limitazioni dovute al rapido riassorbi­mento, che viene generalmente preleva­to da altri distretti scheletrici e impiantato nel difetto. Tutto ciò comporta però un secondo intervento chirurgico per il pre­lievo con tutte le conseguenze e i rischi che ne conseguono per il paziente.

Contestualmente, i trattati di istologia ci dicono che il dente presenta una compo­sizione estremamente simile al tessuto osseo e inoltre la matrice dentinale con­tiene le BMP, come dimostrato dalle ri­cerche pionieristiche del professor Marshall Urist negli anni Sessanta.

Ad oggi, penso che il futuro della rigene­razione possa andare proprio in questa direzione: i risultati ottenuti finora fanno capire che le possibilità di quello che fino a poco tempo fa veniva considerato uno scarto, cioè il dente estratto, sono eleva­tissime e che un domani, probabilmente, si riusciranno a raggiungere successi an­cora maggiori.

Perché?
La qualità del particolato che ricaviamo dalla lavorazione del dente autologo ri­sulta decisamente migliore rispetto a quella degli altri materiali da innesto di­sponibili sul mercato.

Si pensi che tutti i produttori cercano di collagenare i loro prodotti: il dente lo è di natura. Al suo interno troviamo, infatti, circa il 65% di idrossiapatite e il restante 35% è formato da proteine collageniche e proteine non collageniche. Questo con­sente, quando andiamo a fare una rige­nerazione ossea, di avere a disposizione un materiale composto da idrossiapatite +collagene+proteine autologhe (identi­che a quelle presenti nel tessuto osseo).

Quali sono state le difficoltà?
Individuare il trattamento corretto del dente per evitare la perdita, appunto, delle protei­ne. Abbiamo quindi iniziato a fare degli stu­di, basandoci sulla letteratura, in collabora­zione con il Politecnico di Milano, con il professor Candiani, su quella che poteva essere la tecnica migliore per la frantuma­zione del dente a cui poi è seguita una serie di test per valutare le reazioni cellule/grani di materiale da innesto che devono essere tali da permettere l’integrazione di quest’ul­timo con il metabolismo osseo.

Il passo successivo è stato trasferire la procedura in un dispositivo: attualmente sul mercato sono in vendita quattro di­spositivi atti a utilizzare il dente come ma­teriale da innesto, ma uno solo – disponi­bile dal 2018 e interamente Made in Italy – è completamente automatizzato e con marcatura CE medicale.

Per continuare la lettura gli abbonati possono scaricare l'allegato.

doi: https://doi.org/10.19256/d.cadmos.05.2021.11





 
 
 
 
IDI Evolution

Il Podcast
dell'Innovazione
Odontoiatrica

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Iscriviti alla Newsletter

 
 

Corsi ECM

 
 
 
 
 
 

I più letti

 
 

Corsi, Convegni, Eventi

 
 
 
 
 
 

Guarda i nostri video

Guarda i nostri video

Il flusso di lavoro dell’odontoiatra chairside

 
 
 
 
 
 
 
 
chiudi