Esiste un materiale autologo in grado di rigenerare l’osso in modo naturale, senza effettuare un prelievo in un altro sito? Lo chiediamo a Elio Minetti, che affiancato da un gruppo di co-autori ha lavorato alla stesura del manuale “Il dente come materiale d’innesto”.
Come è nata l’idea, dottor Minetti, di studiare l’utilizzo di denti nativi come materiale di innesto?
In maniera puramente casuale nel 2014, grazie a un amico di Singapore che mi ha raccontato di un suo collega coreano che aveva iniziato a utilizzare questa tecnica. Inizialmente scettico, ho cominciato a documentarmi sulla letteratura esistente e dopo quasi un anno di lavoro avevo cambiato opinione giungendo alla conclusione che si trattava di un approccio fortemente innovativo.
È noto infatti ormai da tempo che il materiale ideale con cui riempire i difetti ossei è il tessuto osseo autologo, nonostante le limitazioni dovute al rapido riassorbimento, che viene generalmente prelevato da altri distretti scheletrici e impiantato nel difetto. Tutto ciò comporta però un secondo intervento chirurgico per il prelievo con tutte le conseguenze e i rischi che ne conseguono per il paziente.
Contestualmente, i trattati di istologia ci dicono che il dente presenta una composizione estremamente simile al tessuto osseo e inoltre la matrice dentinale contiene le BMP, come dimostrato dalle ricerche pionieristiche del professor Marshall Urist negli anni Sessanta.
Ad oggi, penso che il futuro della rigenerazione possa andare proprio in questa direzione: i risultati ottenuti finora fanno capire che le possibilità di quello che fino a poco tempo fa veniva considerato uno scarto, cioè il dente estratto, sono elevatissime e che un domani, probabilmente, si riusciranno a raggiungere successi ancora maggiori.
Perché?
La qualità del particolato che ricaviamo dalla lavorazione del dente autologo risulta decisamente migliore rispetto a quella degli altri materiali da innesto disponibili sul mercato.
Si pensi che tutti i produttori cercano di collagenare i loro prodotti: il dente lo è di natura. Al suo interno troviamo, infatti, circa il 65% di idrossiapatite e il restante 35% è formato da proteine collageniche e proteine non collageniche. Questo consente, quando andiamo a fare una rigenerazione ossea, di avere a disposizione un materiale composto da idrossiapatite +collagene+proteine autologhe (identiche a quelle presenti nel tessuto osseo).
Quali sono state le difficoltà?
Individuare il trattamento corretto del dente per evitare la perdita, appunto, delle proteine. Abbiamo quindi iniziato a fare degli studi, basandoci sulla letteratura, in collaborazione con il Politecnico di Milano, con il professor Candiani, su quella che poteva essere la tecnica migliore per la frantumazione del dente a cui poi è seguita una serie di test per valutare le reazioni cellule/grani di materiale da innesto che devono essere tali da permettere l’integrazione di quest’ultimo con il metabolismo osseo.
Il passo successivo è stato trasferire la procedura in un dispositivo: attualmente sul mercato sono in vendita quattro dispositivi atti a utilizzare il dente come materiale da innesto, ma uno solo – disponibile dal 2018 e interamente Made in Italy – è completamente automatizzato e con marcatura CE medicale.
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doi: https://doi.org/10.19256/d.cadmos.05.2021.11
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