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05 Ottobre 2020

Materiali: da sempre il futuro dell’Odontoiatria

CR7, l’otturazione, la scelta tra indiretta e diretta, l’influenza del materiale sul risultato e della differenza tra la realizzazione manuale e quella attraverso una macchina. Tutto nell’Agorà di oggi

di Massimo Gagliani


“Medico è colui che introduce sostanze che non conosce in un organismo che conosce ancora meno”. (V. Hugo) 

È una frase che mi ha sempre accompagnato; per quanto cinica e spietata, irriverente, porta con sé una sottile verità. L’evoluzione è così rapida che l’adozione di alcuni protocolli di cura può divenire mera esecuzione, in assenza di chiare spiegazioni.

Prendiamo un’operazione semplicissima, la messa a punto di un’otturazione per eliminare una lesione cariosa interprossimale, in un molare. Agli albori della mia ormai lunga militanza tra i vapori dell’eugenolo il dilemma sul materiale da adottare era ristretto tra lo amalgama e l’oro; poi è diventato amalgama, oro o composito.

In ogni caso, esso sottendeva anche un secondo criterio di scelta: diretto o indiretto? Oggi questo dilemma non esiste più: solo composito.

Ma il secondo, e sempre più subdolo, interrogativo permane: diretto o indiretto?  

A leggere un recentissimo lavoro (*) del gruppo di Bart Van Meerbeeck, Lovanio, Belgio, una sorta di CR7 dello smalto, la scelta tra diretto e indiretto, soprattutto se quest’ultimo fosse utilizzato con le metodiche digitali e con i materiali per esse disponibili, sarebbe legata a un dato spesso trascurato, non sappiamo quanto trascurabile. 

I compositi da ricostruzione diretta, specie se mal polimerizzati, liberano monomeri, composti metacrilici i cui effetti locali e sistemici potrebbero non essere irrilevanti. Per contro, i materiali di nuova generazione, utilizzati per le tecniche indirette con sistemi digitali, renderebbero questo fenomeno nullo o appena quantificabile. Bene, il dato apparirà intuitivo, la ricerca tuttavia lo certifica; l’uso di materiali di nuova acquisizione, pur anche compositi, per tecniche CAD/CAM, avrebbe, come logica conseguenza, riflessi di carattere medico oltre che strettamente clinico odontoiatrico. 

Attenzione, non che si apra una caccia al monomero-strega; semplicemente si prenda atto che, nel raffinare questi minimali procedimenti dell’odontoiatria quotidiana, i materiali rappresentano sempre più il mezzo per qualificare le prestazioni di chi cerca di conoscere il corpo (cavo orale) avendo studiato le sostanze (materiali)…in barba all’autore de “I Miserabili”; che pensasse anche ai dentisti per questa categoria?  

Per approfondire: (*) Eveline Putzeys et al: Monomer release from direct and indirect adhesive restorations: A comparative in vitro study Dental Materials (2020) 36 (10) , 1275-1281 

 
 

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