“That’s all right?”, chiede il prof. Gagliani ai colleghi, tormentati, alle prese con la necessità di cambiare ma con la paura di sbagliare
Parte oggi l’Agorà di Domenica; girerò attorno ai denti ma parlerò di vita perché, come dice il grande Mourinho: “Chi sa solo di denti (calcio), non sa niente di denti (calcio)”. Per parlare di vita ho scelto un marzo di quasi settant’anni fa quando, nel 1955, apparve per la prima volta su un televisore un ragazzo di Tupelo, Mississipi, USA: Elvis “The Pelvis” Presley.
Vent’anni da compiere e una voglia genetica di cambiare il mondo; un anno prima, annusando gli umori del Blues emanati da quelle terre, pescò il brano che gli avrebbe fatto svoltare l’angolo della celebrità: “That’s all right mama”. Lo aveva partorito Arthur “Big Boy” Crudup, fine anni trenta, un Bluesman da piantagioni di cotone che usava una spruzzata di ritmo per rendere meno cupi quei lamenti; da lì in avanti, oscuro, sarebbe stato acclamato come uno dei padri del Rock ‘n Roll.
Elvis sarebbe stato uno dei suoi profeti. “That’s all right mama” è un inno all’indipendenza, alla voglia di sbagliare con la propria testa; è tutto a posto, mamma, la ragazza con cui voglio fare la mia vita non ti piace, è tutto a posto mamma, il mio ritmo è diverso dal tuo, il mondo ci regalerà destini differenti.Elvis ne farà una sorta di vangelo pagano, ciuffo ribelle agitato oltre la brillantina, movenze feline e ammiccanti; un concentrato di sensualità, dalle corde vocali alla punta dei piedi. Per chi ne avesse voglia, a questo link una versione rivisitata del ’68; forse quella più autenticamente “rollante”. “That’s all right?”, ovvero va tutto bene?
L’ottimismo degli anni cinquanta, secolo scorso, è molto distante da quello di quest’epoca relativista; viviamo in contesti complessi, attorcigliati a problemi sempre più evidenti che, non di rado, ci creiamo da soli, fustigando ripetutamente usi e costumi di un occidente avviato su una pericolosa china. In questo contesto il ruolo del professionista viene quotidianamente rivisto; il valore del parere di un professionista viene sistematicamente messo in discussione. Leggendo sui muri elettronici mi è capitato di incocciare in una frase emblematica: “Viviamo in un periodo strano, in cui la menzogna viene creduta sulla parola mentre per la verità non bastano i fatti” (Anonimo).
Il tornante del destino che agita l’odontoiatria attuale è quello che riguarda la professionalità, ovvero la capacità di convertire le proprie competenze in un valore adeguato, economicamente e moralmente.
Oggi questo valore viene sistematicamente sminuito, annacquato, perché non può essere apprezzato e perché, non di rado, viene posposto a formule, tabelle, questionari, tutti utili orpelli di una medicina basata sulla difesa invece che sulla fiducia. “It’s all right?”… purtroppo no; diventa difficile ipotizzare tragitti di comportamento immuni da gerle di regole e convenzioni. Insisto spesso sull’odontoiatria digitale come salvacondotto per una nuova odontoiatria ma noto che la diffidenza attorno a certe novità sia l’elemento cardine per non far evolvere la figura professionale nel modo migliore; il digitale come mezzo e non come fine, questa la scelta radicale che potremmo compiere.
Scelta che, fondandosi sulla tecnologia, dovrà anche essere organizzativa, non solo dello studio, ma anche del rapporto professionale che si potrà instaurare tra odontoiatria-paziente-odontotecnico.
La connessione tra più professionalità sarà stimolata dal digitale e diventerà obbligatorio agire come fecero, tanti anni fa, altri professionisti come gli avvocati e i commercialisti. La strada sembra lunga; speriamo non sia così lunga come quella che porta da Chicago al famoso Delta Blue, ovvero quello dove uno dei grandi fiumi d’America sfocia nel Golfo del Messico.
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