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27 Ottobre 2009

Estrarre denti o plasmare l'osso alveolare?

di Debora Bellinzani


Perché gli odontoiatri dei Paesi industrializzati si trovano a correggere spesso casi di affollamento dentale e malocclusione, con una frequenza non riscontrabile nelle popolazioni antiche? La risposta a questa domanda ha una storia fatta di teorie presentate nel tempo da diversi studiosi, i quali hanno confrontato le fattezze delle ossa di volti del presente e del passato. In questa cornice si colloca la recente ricerca pubblicata dalla rivista Compendium of Continuing Education in Dentistry che, per rispondere alla domanda, ha esaminato i resti ossei di 94 individui rinvenuti nel sito di Amarna, nella valle del Nilo, e risalenti circa al 1300 a.C.
Scheletri “parlanti”
“Ciò che appare immediatamente chiaro studiando i resti antichi è che questi presentano un numero incredibilmente inferiore di casi di affollamento dentale e occlusione rispetto a quelli che ogni odontoiatra operante nei Paesi industrializzati può riscontrare nella propria pratica” afferma Jerome Rose, docente di antropologia presso la University of Arkansas di Fayetteville, negli Stati Uniti. “Mentre, infatti, la quasi totalità dei resti rinvenuti ha un buon allineamento dentale e un’occlusione definibile come molto buona o eccellente, è stato calcolato che ben due terzi della popolazione degli Stati Uniti presenta una qualche forma di malocclusione e che solo una persona su tre vanta un’occlusione normale.”
La seconda caratteristica dei resti egizi che balza agli occhi riguarda l’estrema usura dello smalto dentale, dovuta all’assunzione di cibi duri e difficili da masticare come semi o carne non tenera. “Questa peculiarità, riscontrabile in tutti i resti umani antichi, ha portato Percy Raymond Begg, un ortodontista australiano dai metodi innovativi, a formulare negli anni Venti del secolo scorso una teoria esplicativa: gli antichi abitanti del pianeta e le società tribali contemporanee hanno un buon allineamento dentale perché l’usura cui la loro dieta sottopone tutte le superfici dello smalto rimpicciolisce i denti e crea di fatto lo spazio necessario perché tutti, terzi molari compresi, possano erompere nella posizione corretta” descrive il docente. “Sulla base di questo assunto, Begg cominciò a estrarre denti ai propri pazienti per creare lo spazio necessario all’utilizzo degli strumenti ortodontici.”
La soluzione del mistero
“Sebbene le estrazioni talvolta si rendano necessarie, la validità della teoria e della pratica di Begg è stata smentita da studi successivi” prosegue Rose. “Grazie sempre all’analisi di resti egizi, che sono così numerosi da fornire l’opportunità unica di analizzare un’evoluzione lunga 10mila anni, negli anni Settanta gli antropologi statunitensi David Carlson e Dennis Van Gerven misero in evidenza il fatto che per assumere cibi così resistenti quegli uomini dovevano utilizzare una notevole forza masticatoria, che favoriva lo sviluppo muscolare e l’ampiezza dell’osso alveolare. Con la diffusione dell’agricoltura, però, i principali alimenti divennero più teneri e fu proprio allora, e a causa dell’assenza di un atto masticatorio energico e continuo, che le fattezze del volto umano cambiarono così come dimostrano i resti ossei: i muscoli massetere e pterigoideo divennero meno grandi e potenti, la mascella e la mandibola divennero più piccole e la base di quest’ultima si spostò in avanti dando forma a un mento più pronunciato; di fatto, la porzione di osso alveolare disponibile per l’eruzione dentale si ridusse, dando luogo più frequentemente a casi di terzi molari impattati e affollamento dentale.”
La modificazione fu così veloce che il rinvenimento di resti differenti nelle fattezze fu inizialmente spiegato con l’arrivo di una nuova popolazione nella valle del Nilo; gli studi di Robert Corruccini della Southern Illinois University (USA) negli anni Novanta, invece, hanno dimostrato anche su animali che il cambiamento di dieta, quando avviene nell’infanzia, porta a fattezze del volto differenti anche del 10 per cento tra una generazione e l’altra della medesima popolazione.
“Il grande numero dei casi di affollamento dentale, che è stato definito “la malattia della civilizzazione”, è dovuto dunque alla carenza di osso alveolare disponibile in un apparato fatto per sopportare grandi carichi” conclude Rose; “conoscere questo dato antropologico è importantissimo perché spinge gli specialisti a privilegiare il lavoro ortodontico sull’osso alveolare rispetto alle estrazioni laddove sia possibile, soprattutto nei pazienti giovani, e stimola la ricerca scientifica a trovare metodi che potrebbero in futuro favorire la crescita dell’osso anche negli adulti.”

“Origins of dental crowding and malocclusions: an anthropological perspective”
Compend Contin Educ Dent 2009;30(5):292-300.

GdO2009;14

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