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29 Marzo 2020

Gli essenziali, quelli marginali, quelli disposti a rinunciare e quelli che non hanno figli

di Norberto Maccagno


La settimana che ha preceduto questa terza domenica di #iorestoacasa, è iniziata con la decisione governativa di distinguere l’Italia tra chi fa lavori essenziali e gli altri. E per una volta, molti degli “altri” si devono essere sentiti non esclusi ma sollevati di non essere tra quelli più o meno obbligati ad andare a lavorare. Perché in questo caso, continuare a lavorare vuole dire rischiare il contagio e quindi la vita. Lo sanno bene i nostri medici, infermieri e tutte le altre professioni che stanno cercando di vincere per noi questa guerra. Certo molti titolari delle tante attività chiuse, che probabilmente faticheranno a riaprire, sarebbero stati disposti a rischiare.
Visto che questa situazione sembra non avere una data di scadenza e per loro, oggi, emergenza sanitaria ed economica sembra avere lo stesso tragico esito

Tra gli “essenziali” anche i dentisti e i laboratori odontotecnici, questi ultimi non tanto perché considerati sanitari ma perché fabbricanti di dispositivi protesici destinati ai dentisti e quindi al paziente. Stessa considerazione vale anche per i fabbricanti di dispositivi medici anche del settore dentale, anche loro indicati come “essenziali”

E ci mancherebbe che i dentisti fossero stati esclusi. Certo sappiamo che è una libertà condizionata alle sole emergenze e se trattate con i dispositivi di protezione adeguati. Ma non poteva essere diversamente, i dentisti sono medici però siamo in emergenza e le stesse indicazioni la FNOMCeO le ha date anche a tutti gli altri sanitari.

Ma la settimana appena conclusa è stata anche la settimana dell’ENPAM che ha voluto dare una risposta alle pressanti richieste dei professionisti che si erano sentiti, nell’immediato, esclusi dalle minime misure di sostegno previste dai primi DPCM e che hanno visto nei bilanci del loro Ente previdenziale, un possibile sbocco per trovare le risorse necessarie per i primi aiuti in questa fase di mancato guadagno. ENPAM che giovedì scorso sembra avere accolto le richieste decidendo di finanziare un assegno mensile di mille euro per i liberi professionisti dandogli e la possibilità di richiedere un anticipo sulla pensione maturata. Misure che saranno ottenibili solo dopo il via libera dei ministeri competenti che, dalle indiscrezioni che arrivano dalla Politica, però non dovrebbero tardare. E' di ieri (sabato 28 marzo) la notizia della firma di un decreto interministeriale che fissa le modalità di attribuzione del "Fondo per il reddito di ultima istanza" ai libri professionisti per erogare una indennità di 600 euro, provvedimento che non dovrebbe sovrapposti a quello previsto da ENPAM. Ne parleremo domani su Odontoiatria33.

Quello economico sarà l’aspetto su cui si dovrà lavorare nelle prossime settimane per ipotizzare gli strumenti che serviranno quando riapriranno gli studi, e sicuramente la situazione socioeconomica sarà totalmente diversa da quella lasciata quando si è stati costretti a chiudere.

Lo ha spiegato bene ad Odontoiatria33 l’amico Antonio Pelliccia e mi trovo pienamente d’accordo quando dice che il futuro del settore dovrà passare dalla parola solidarietà. Intesa come patto tra dentista e paziente ma anche come intero comparto, oltre che intera società. 

Se la normalità lasciata la ritroveremo, forse, tra anni, perché il domani sia meno drammatico possibile mai come oggi riusciremo a stare a galla solo se sapremo cantare in coro, per riprende l’immagine che vedevamo dai balconi delle nostre città, ma che già oggi sembra svanita. 

Non solo un patto tra dentista e paziente, ma tra operatori dell’intero settore ed ancora più ampio tra tutto il tessuto sociale della nazione e dell’Europa. Per quello di settore dovrebbe essere il più facile da attivare, ma già i segnali sono di contrasto, si veda l’invito di depositi e industria ad onorare le fatture del materiale acquistato nei mesi in cui studio ed il laboratorio lavoravano. Certo gli studi hanno oggi problemi di liquidità ma se il deposito, che ha gli stessi problemi, non riesce a pagare il suo fornire, come potrà alla ripartenza fornire il materiale necessario allo studio per ripartire; magari quando lo studio dovrà dilazionare i pagamenti ai pazienti che non avranno liquidità per pagare le cure. Come ha sintetizzato nella lettera Maurizio Quaranta.

Credo che la situazione, gravissima, che tutti indicano ad aspettarci nei prossimi mesi la riusciremo a gestire tanto prima e bene, se sapremo decidere cosa vogliamo difendere ed a ciò che, per farlo, possiamo rinunciare

Concludo ribadendo quanto già ricordavo nel DiDomenica scorso, ovvero che dovremo insistere perché i soldi pubblici non vengano dispersi in elemosine ma destinati a interventi strutturali proiettati al futuro, perché quei soldi dovremo restituirli. E per rafforzare il concetto, faccio copia incolla di parte di una nota che uno studio di consulenza fiscale ha inviato ai suoi clienti spiegando come fare a richiedere il contributo di 600 euro previsto per i liberi professionisti e partite iva iscritte all’Inps. 

Il percepire tale contributo è un diritto, ai diritti si può volontariamente rinunciare mentre ai doveri di responsabilità e solidarietà no: se non ha subito sinora danni dalla situazione di emergenza nella quale ci troviamo La invitiamo a riflettere sulla possibilità di richiedere o meno il contributo: usciremo da questa pessima esperienza non sappiamo quando e come, ma sicuramente dobbiamo affrontarla con la massima responsabilità e solidarietà; se le Sue condizioni economiche Le consentono di affrontare questo pessimo periodo senza richiedere tale contributo, lascerà forse un’eredità meno pesante ai Suoi figli”. 

Certo ci sarà sempre chi penserà, “ma cosa me ne frega, tanto io non ho figli”, ma se tutti noi la penseremo così, non ne usciremo, e non per colpa del virus.    


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