Indagine FNOMCeO: per il 90% dei cittadini la sanità deve essere priorità di Governo. Per il dentista preferiscono il “tradizionale”, mentre il 5% degli odontoiatri collabora con le catene
Per oltre tre italiani su quattro la sanità deve essere pubblica, per il 90% dei cittadini deve essere una priorità del Governo nella Finanziaria, per il 37%, merita addirittura il primo posto.Sono questi alcuni dei risultati dell’Indagine eseguita sull’opinione pubblica e sul personale medico dall’Istituto Piepoli per la FNOMCeO, presentata oggi nell’ambito del Convegno “Valore salute: SSN volano di progresso del Paese. I 45 anni del Servizio sanitario nazionale, un’eccellenza italiana”.
Sondaggio realizzato su un campione di 1000 persone, rappresentativo degli italiani di età compresa tra 15 e 75 anni. Secondo i dati presentati, gli italiani tendono in maggioranza (54%) a promuovere il servizio sanitario regionale, ma con grandi distanze territoriali. Se, infatti, al nord si raggiungono picchi del 69% di soddisfazione, al sud e nelle isole ci si ferma a quota 41%. Alla domanda di chi debba guidare la sanità tra Stato e Regioni, al Nord prevale il modello concentrato sulle Regioni mentre al Sud si chiede un intervento statale, probabilmente proprio nella speranza che questo riequilibri la qualità percepita del servizio sanitario.
“Quello che è chiaro, in ogni caso, è che la sanità per gli italiani deve essere prevalentemente pubblica”, viene fatto notare indicando che “così la pensano più di 3 italiani su 4, il 76%, in questo caso in modo trasversale nelle diverse aree del Paese”.
Sul fronte della qualità dell’assistenza sanitaria, questa è sufficiente per gli italiani (il 67% la reputa soddisfacente) che vedono in maggioranza la sanità come un settore in grado di generare ricchezza, dunque sul quale investire, e non come un semplice costo, mentre ritengono che, al contrario, la gestione dei servizi risponda più alle esigenze di bilancio che a quelle di salute.
Tra gli interventi da mettere in atto per migliorare l’assistenza, il 55% di coloro che non ne sono soddisfatti propongono di agire sul personale, incrementandolo, il 42% vogliono aumentare i finanziamenti, il 38% migliorare le organizzazioni.
Per quanto riguarda l’accesso alle cure a pagamento, in media gli italiani risparmiano il 10% delle proprie entrate per le spese sanitarie, ma tanti (il 23%) purtroppo vorrebbero ma non riescono a farlo, tanto che ad oggi circa 3 milioni di italiani ammettono che, quando devono usufruire di prestazioni sanitarie a pagamento, rinunciano a curarsi.
Il 73% degli italiani ritiene il digitale in sanità una cosa positiva, digitale inteso come utilizzo delle ricette elettroniche e ritiro online dei referti, ma con distinguo: l’Intelligenza Artificiale va bene, ma solo come alleato e supporto al medico. A pensarla in questo modo, il 92% degli intervistati, che escludono di farsi curare, anziché dal medico, da una piattaforma di Intelligenza artificiale.
E l’odontoiatria?
Il rapporto diretto e fiduciario con il proprio medico, infatti, è talmente importante che il 75% degli italiani intervistati si dice non disponibile a rinunciare al diritto di scegliere il proprio medico di famiglia. Rapporto di fiducia che sembra valere anche per il dentista: l’84% ha dichiarato di avere un dentista di fiducia; il 10% si rivolge ad una Catena; mentre per il 6% non fa differenza a chi affidarsi. A rivolgersi alle Catene sono in media gli uomini (11%), con meno di 34 anni (21%) che risiedono al Sud e nelle isole (11%).
Il sondaggio ha interessato anche 300 tra medici di cui il 13% iscritti all’Albo degli odontoiatri, di questi, il 5% ha dichiarato di lavorare in una Catena.
Tra le domande poste al campione (medici e dentisti) come valuta la presenza sul mercato delle cosiddette catene? Il 12% le valuta positivamente, il 47% è indifferente mentre a ritenere negativa la presenza delle Catene è il 41%.
In prevalenza le criticità indicate sono state: si abbassa la qualità delle prestazioni (73%); la relazione personale paziente peggiora (27%); poco tempo dedicato al paziente (27%); ridotta libertà del dentista nella diagnosi e terapia (18%).
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