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18 Maggio 2026

Analisi Congiunturale ANDI, fotografa le difficoltà di una professione che sta cambiando

Presentata in Expodental. Costi in rialzo, tariffe ferme e nei prossimi 10 anni il 60% dei titolari di studio andrà in pensione. Basso il tasso di soddisfazione tra i 36-45 anni, meglio quello dei giovani


Andi

Ci sono voluti quasi dieci anni di rilevazioni perché il Centro Studi ANDI potesse dirlo con la forza dei numeri: la professione odontoiatrica italiana sta cambiando dimensione. E lo sta facendo in fretta, tra una crisi e l’altra. 

Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è stato eroso in modo sequenziale da quattro crisi successive nell’arco di meno di vent’anni. La prima è stata la crisi dei mutui subprime del 2008-2009. La seconda, forse più insidiosa, è stata quella dei debiti sovrani del 2011-2013, i cui costi sono stati trasferiti in misura significativa sulle famiglie attraverso consolidamenti fiscali e compressione delle politiche di welfare. La terza è stata l’inflazione del 2021-2023, prodotta dal combinato disposto della ripresa post-pandemica e della guerra russo-ucraina. A queste si affianca oggi una quarta fase, la guerra in Iran, di cui misureremo gli effetti nei prossimi trimestri. C’è un forte sentimento di incertezza da parte delle famiglie, che passano da una crisi all’altra, dove tutto è affrontato in ottica emergenziale e mai sistemica, con misure inimmaginabili prima di allora e che fanno presagire ulteriori misure inimmaginabili in futuro.L’Analisi Congiunturale 2026, costruita su un campione di 27.496 soci riportato ai 47.606 dentisti attivi sul territorio, racconta una categoria in transizione.

La morsa dei costi

Il dato che pesa più di tutti arriva dai conti. Nel 2025 il 52,6% dei dentisti dichiara costi di esercizio in aumento, contro un 4,8% che li vede calare. L’incremento medio è del +9,9%. Non è un episodio. Nel 2023 era +10,5%, nel 2024 +9,1%, oggi siamo di nuovo sopra il nove. Tre anni a questa velocità significano oltre il 32% di costi cumulati per lo studio medio. Dall’altra parte, le tariffe applicate al paziente sono rimaste sostanzialmente invariate nel 78% dei casi. La forbice è quella che nella vita quotidiana di uno studio si chiama, semplicemente, erosione del margine.

Fatturati piatti, aspettative fredde

Sul lato ricavi, l’indagine segnala una crescita media anemica, +0,9%, che per i titolari esclusivi diventa addirittura un -3,5%. Il 54,8% dei professionisti non supera i 100.000 euro di fatturato. Un dato curioso e un po’ inquietante: il 14,1% del campione dichiara di non sapere quanto abbia fatturato. Non un tecnicismo statistico: è il ritratto di studi in cui il controllo di gestione è ancora, per molti, una voce estranea al quotidiano. Le previsioni per il 2026 confermano il clima: saldo prospettico -6,9 punti, con il 19,9% che si aspetta fatturati inferiori e solo il 13,1% superiori. Il resto naviga a vista.

La generazione che non tiene più: i 36-45 anni

Se si vuole trovare il punto di maggiore sofferenza della categoria, bisogna guardare in faccia una generazione precisa: quella dei 36-45 anni. È la fascia che ha alzato di più le tariffe (+3,87% in media, il 41,3% le ha aumentate: il dato più alto), ma è anche la fascia che mostra il tasso di soddisfazione professionale più basso: alla domanda se rifarebbero il dentista, risponde sì solo il 48,5%, contro il 72,5% degli under 35 e il 60,3% degli over 65. Un profilo a U rovesciata, quello dei ‘quasi quarantenni’, stretti tra investimenti non ancora ripagati, figli da crescere, genitori da assistere e uno studio da far girare, mentre le catene commerciali e i terzi paganti occupano il loro segmento di mercato. Sono quelli che dovrebbero trainare il ricambio generazionale. Oggi sembrano, più di altri, gli assediati.

I giovani, controtendenza

Gli under 35 raccontano un’altra storia. L’81,8% sono ancora collaboratori – la titolarità in Italia arriva tardi, dopo i 40 – ma il 41,3% prevede fatturati in crescita per il 2026. Sono l’unica fascia con il segno più davanti. Il 72,5% rifarebbe la professione, il 69,7% vuole corsi ANDI sull’intelligenza artificiale, il 46% sono donne, un dato che dieci anni fa sarebbe stato impensabile e che ridisegna silenziosamente la geografia della categoria. Il 36,2% ha genitori dentisti: la professione resta, in quella quota, un affare di famiglia. Ma la loro prima preoccupazione, quando si parla di aprire studio, non sono i soldi da mobilitare (28,7%): è il carico burocratico e gestionale (45,9%). Un messaggio politico chiaro per chi rappresenta la categoria.

L’intelligenza artificiale e il terzo pagante

Sul fronte AI, il dato è coerente: il 64,3% dei dentisti vuole formazione sull’intelligenza artificiale, in quanto solo il 16,7% dichiara di sentirsi informato sull’argomento. Lo spazio tra questi due numeri è lo spazio di un’opportunità formativa che l’Associazione ha davanti. Sul fronte dei terzi paganti e delle convenzioni, il discorso si fa più ruvido: il fenomeno è ormai strutturale, con effetti ambivalenti sulla qualità del lavoro e sulla tenuta economica degli studi. La professione odontoiatrica italiana è in una fase di rielaborazione critica del proprio rapporto con i terzi paganti. Non si tratta di un rifiuto ideologico ma di un giudizio pragmatico: chi ha provato il convenzionamento ne conosce i limiti, chi non lo ha provato ha deciso di non provarlo. Il dato stabile del 30% di convenzionamento osservato negli 10 ultimi può apparire rassicurante, ma nasconde una dinamica di forte insoddisfazione e ripensamento: un forte turnover tra chi esce e viene sostituito da chi entra.

Il ricambio che verrà

Nei prossimi dieci anni circa il 60% dei titolari raggiungerà la pensione in quanto la categoria ha età media per persona di oltre 55 anni e una quota di over 65 salita dal 5,6% al 30% in un decennio. Il 67% dei giovani collaboratori si dice disposto a riconsiderare l’idea di aprire uno studio, ma solo a condizioni chiare. L’80% della categoria difende ancora il modello mono professionale come obiettivo di vita, mentre il contesto spinge verso forme aggregate che pochi hanno tradotto in scelte concrete. Il modello che esce dall’indagine è quello di una professione che resiste bene sul piano identitario – il dentista si sente ancora dentista, con orgoglio – ma che del suo modello professionale su cui aveva costruito la propria autonomia, sta perdendo un pezzo alla volta.

A cura di: Ufficio Stampa ANDI


Photo credit: pagina Facebook ANDI

 
 

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