Egr. Direttore,
Gli italiani, di fronte a nuove incombenze che assillano la loro attività, seguono un percorso ormai consolidato: sorpresa /sdegno/ protesta/ rassegnazione/ adeguamento/ sopportazione. La vicenda della fatturazione elettronica ne è il più recente esempio e mi pare di vedere che il gradino raggiunto sia oggi quello della rassegnazione. Gli altri seguiranno a breve.
Ma questa vicenda è davvero singolare e per questo motivo ritengo debba essere conosciuta per intero. Tutti noi, me compreso, credevamo che l’Italia avesse attivato la fatturazione elettronica per prima nella UE, con gli altri paesi che avrebbero seguito, seppure con i loro tempi. In tal caso, volenti o nolenti, prima o poi avremmo dovuto comunque adeguarci a regole europee comuni e questo quasi ci consolava. Non è così, anzi, gli altri paesi dell’UE non hanno alcuna intenzione di seguirci.
La vera storia è che l’Italia ha ottenuto dall’Unione Europea una “misura speciale di deroga” alle direttive comunitarie, che né oggi né mai prevedono la fatturazione elettronica, per poterla introdurre all’interno del sistema comune di IVA. Ogni paese dell’Unione ne è stato informato ed ha dato il suo benestare a patto che i cittadini intracomunitari potessero continuare a ricevere la copia cartacea. E questo la dice lunga sulle loro intenzioni di attivare anch’essi questa modalità.
Cioè zero. L’Italia ha sostenuto che “…un obbligo generalizzato di fatturazione elettronica risulterebbe di aiuto nella lotta alla frode e all’evasione, imprimerebbe un impulso alla digitalizzazione, e semplificherebbe le riscossione delle imposte…” (rif.:Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea 19.4.2018).
Non è difficile osservare, a fronte di un meccanismo dichiaratamente sovradimensionato, che l’evasione rimarrà evasione, che la digitalizzazione negli altri paesi è superiore alla nostra ma non ha avuto bisogno della fatturazione elettronica, e che la riscossione delle imposte sarà forse più semplice per lo Stato ma non lo sarà certo il pagamento per i cittadini. L’attenzione dello Stato verso una maggiore e più efficace digitalizzazione dovrebbe rivolgersi altrove, soprattutto in casa propria.
Un esempio: i Centri per l’impiego. Sono 556, cinque per provincia, uno ogni centomila abitanti. Occupano 8 mila dipendenti e costano 600 milioni l’anno, pari a 75.000 euro a dipendente. Risultato: solo il 3% dei disoccupati trova lavoro attraverso questa elefantiaca rete, quando in Francia e Germania se ne ricolloca circa il 20%.
Motivo?
La scarsa o assente digitalizzazione. Per funzionare bene, tra le tante cose, dovrebbero avere accesso alla banca dati dell’INPS e degli altri Enti previdenziali, all’anagrafe dei conti correnti bancari ma non ce l’hanno. Per buona misura non si parlano telematicamente con i Centri limitrofi (rif.: Sergio Luciano su Italia Oggi del 25 ottobre 2018).
Noi privati siamo quindi le cavie di un gigantesco esperimento burocratico con “bulimia di mezzi ed anoressia di risultati” che la nostra Pubblica Amministrazione oltretutto ha garantito di essere in grado di gestire senza alcun tipo di problema, cosa di cui dubitiamo fortemente. Ma anche ai nostri partners europei queste rassicurazioni non bastano ed a breve vorranno vedere i risultati, non solo dal punto di vista del recupero dell’IVA, ma anche sulla promessa che queste nuove norme non “…aumentino gli oneri e i costi amministrativi …” facenti capo sui soggetti interessati.
Se sul recupero dell’IVA si può essere scettici ed eventualmente smentiti dai fatti, sugli oneri e sui costi appare evidente già da ora che nessuno potrà mai negarne il maggior peso, distribuito su una platea enorme.
E se poi il tutto non funziona, si ritorna indietro?
Quanto dovrà lo Stato italiano, al termine del periodo di prova che sarà il 31 dicembre 20121, taroccarne la relazione per ottenere una ulteriore deroga? Deroga che lascia intendere con chiarezza che gli altri Stati membri non hanno alcuna intenzione di attivarla in futuro. E questo, non da dentista, ma da cittadino italiano, mi indigna.
Dottor Renato Mele: Rappresentante toscano nella Consulta ENPAM della libera professione
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