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24 Maggio 2016

Pensionamento anticipato. Difficilmente APE interesserà i dentisti. Queste le soluzioni di ENPAM


Lo chiamano Ape o anticipo della pensione, se come sembra l'Ue dirà sì alla flessibilità i nati tra il 1951 e il 1953 che vorrebbero pensionarsi con l'Inps potranno farlo anche se non hanno né i requisiti per la pensione di vecchiaia né quelli per l'anzianità; dovranno rinunciare però a circa un 3% sull'assegno per ogni anno di anticipo dell'uscita, prima ipotesi, o a una quota variabile in rapporto alla consistenza economica dell'assegno, seconda ipotesi.

Già nella "opzione donna" è stato previsto che, pur penalizzata con un ricalcolo con il sistema contributivo e un'aliquota annua di penalizzazione del 3%, una dipendente pubblica o privata potesse pensionarsi avendo acquisito entro il 2015 i 57 anni e 3 mesi d'età e 35 di contributi; con l'opzione molte lavoratrici hanno potuto evitare di lavorare fino a 65 anni e passa nel privato e 66 nel pubblico. Ma conviene rinunciare a una quota annua dell'assegno per andar via prima?

La risposta intanto riguarda pochi medici e dentisti di ambito Inps, il contratto ospedalieri ha regole diverse. Ripercorrendo le regole vigenti per tutti però scopriremo come le finestre sembrano lentamente chiudersi e come l'euro in più nell'assegno pensionistico, anche del camice bianco, non sempre porti fortuna.

Non si parte dall'Inps ma dall'ENPAM, che abbraccia la libera professione e la medicina convenzionata. Qui valgono regole un po' diverse. Quest'anno, si pensionano per vecchiaia i nati nel 1949, e si pensionano per anzianità lavorativa i nati fino al 1955, o meglio chi - con 35 anni di contributi accumulati e 30 d'anzianità di laurea - ha compiuto 61 anni. In ospedale invece si pensionano con assegno Inps- Inpdap i medici dipendenti fino a 70 anni se non hanno raggiunto i 20 anni di contribuzione minima; chi ha raggiunto i 20 anni di contributi però si può pensionare prima. L'azienda può "mandare via" il 65enne solo se ha compiuto 40 anni di servizio effettivo, non comprensivi degli anni di laurea riscattati. Valgono solo nel privato le regole che prevedono la pensione a 66 anni e 7 mesi per i maschi e 65 anni e 7 mesi per le femmine (ma ricordiamo l'opzione donna). Per limitarci solo alla vecchiaia, abbiamo quattro finestre: nati nel 1949 in ambito ENPAM, nati fino al 1951 in ambito ospedale pubblico che hanno iniziato a lavorare giovani, nati entro il maggio 1950 maschi e maggio 1951 femmine in ambito privato. L'età mediana della pensione si è elevata a 66 anni. Dal lato della pensione d'anzianità, pur potendocisi ritirare una volta maturati i contributi utili, dal 2018 per la legge di stabilità 2016 se non si vogliono penalizzazioni intorno all'1% annuo si dovrebbe andar via a non meno di 62 anni. Di fatto con la "riforma Fornero" molti lavoratori sono stati costretti a lavorare circa 3 anni in più di quanto prevedevano. Ai 64-66enni "stanchi" si rivolge appunto la chance di Ape.

Ma conviene il taglio annuo sull'assegno? La risposta è forse in un'altra domanda: fino a che punto è importante oggi in tema di pensioni l'assegno elevato?

Negli ultimi 4 anni, per il 2012-13 il decreto Salvaitalia ha bloccato il recupero dell'inflazione a chi percepisce oltre 3 volte il minimo Inps, poi sulla base della sentenza 70 della Consulta nel 2015 un decreto ha restituito l'inflazione solo in quota parte in base al reddito; per il 2014-15 il recupero è avvenuto in quota parte maggiore, ma non ne ha mai fruito chi percepisce pensioni lorde oltre

6 volte il minimo Inps e qui rientrano molti medici ospedalieri. Morale: chi ha un assegno di 6 volte il minimo Inps (3.000 euro), dal 2000 ad oggi ha avuto solo il 10% di incremento, con perdita intorno al 20% rispetto all'inflazione programmata (che è diversa da quella reale). Forse chi è uscito con un 3% in meno si è salvato. E forse no.

Mauro Miserendino per Doctor33

 
 

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