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30 Gennaio 2008

Spesso gli ottavi inclusi sono estratti senza ragione. Due commenti.

di Roberto Barone e Carlo Clauser


Un recente articolo di politica sanitaria (Friedman, 2007) sostiene che i chirurghi orali sono favorevoli all’estrazione precoce di tutti i denti del giudizio. Di conseguenza vengono eseguite 10 milioni di estrazioni ogni anno, in 5 milioni di pazienti. Questo fatto “comporterebbe”, secondo l’Autore, anestesie permanenti a carico dei nervi alveolare inferiore o linguale, in 11.000 pazienti. Le fonti di questa casistica, davvero sfortunata, dove la percentuale di pazienti con danni neurologici permanenti è uguale allo 0,22 per cento, non sono citate; fortunatamente, la letteratura internazionale recente riporta percentuali di danno permanente, a carico dell’alveolare inferiore, oltre 5 volte più basse (1:2500, cioè 0,04 per cneto) (Queral-Godoy et al, 2005). I danni permanenti al nervo linguale poi, sono ancora molto più rari (Buy et al., 2003; Valmaseda-Castellón et al., 2000).
Friedman sostiene che “l’estrazione indiscriminata causa un’epidemia silenziosa di danni ai tronchi nervosi”, e occorre pertanto limitare l’estrazione ai soli casi di: carie non trattabile, pericoronite ricorrente, ascessi, cisti o fratture di mandibola.

Questo fustigatore del costume ignora che i chirurghi orali conoscono perfettamente i vantaggi e i rischi legati all’estrazione chirurgica degli ottavi e che le loro conoscenze sono basate su dati scientifici. Lui, invece, si basa su un articoletto dell’unione consumatori di 15 anni fa, per raccomandare una pratica primitiva come l’asportazione chirurgica del solo tessuto molle che copre il dente. L’accusa rivolta ai chirurghi orali di estrarre ancora oggi i denti del giudizio per prevenire l’affollamento degli incisivi inferiori è del tutto gratuita: da più di 20 anni i dati delle letteratura non lasciano spazio per i dubbi e sono ben conosciuti dai chirurghi, che si guardano bene da togliere i denti per questo motivo.
La decisione di estrarre è il risultato di una attenta valutazione che tiene conto principalmente di: sintomatologia, età, salute del paziente e caratteristiche radiografiche (posizione, forma delle radici, rapporti con il nervo alveolare). Un aspetto importante è che una buona parte delle estrazioni preventive si fa proprio per intervenire quando il rischio di danno neurologico è ancora praticamente nullo. Ricordiamo che i rischi aumentano con l’età (Osborne et al., 1985) e che la persistenza dei danni neurologici si verifica con maggior frequenza nei pazienti più anziani (Queral-Godoy et al, 2005). Del resto, anche Friedman (2007) sostiene che la quasi totalità dei danni neurologici avviene nel gruppo delle estrazioni complesse eseguite dai chirurghi maxillo facciali. Noi sappiamo bene che le estrazioni diventano complesse soprattutto nei pazienti di una certa età e che le estrazioni precoci (sotto i 25 anni) sono anzi l’unico mezzo efficace di prevenzione del danno neurologico. Inoltre, il rischio di danno non è uguale per tutti e si sa bene, e da oltre un quarto di secolo, come identificare i casi realmente a rischio: in questi casi le indicazioni vanno valutate con speciale cautela (Rood e Shebab, 1990).
Per concludere, questi articoli moraleggianti tengono conto dei costi a breve termine per la società, ma trascurano completamente i costi e i rischi a lungo termine e i problemi del singolo paziente. L’appropriatezza di un trattamento deve tenere sempre conto delle specifiche esigenze personali di ogni singolo paziente.

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GdO 2008; 1

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