Come spesso accade, le ricerche disponibili non aiutano molto il clinico: campioni troppo piccoli e follow-up brevi non hanno ancora dato chiare indicazioni su come trattare la perimplantite. Vale sempre il vecchio motto: prevenire è meglio che curare. L’esperta da noi consultata è Maria Gabriella Grusovin, dapprima ricercatore presso l’università finlandese di Turku, poi docente a Manchester nel master in implantologia, revisore della Cochrane Collaboration per la quale ha collaborato all’ultima review sull’argomento (Interventions for replacing missing teeth: treatment of perimplantitis. Esposito M, Grusovin MG, Tzanetea E, Piattelli A, Worthington HV. Cochrane Database Syst Rev. 2010 Jun;16(6))
Dottoressa Grusovin, tra i concetti di base sulla perimplantite ci sono il fatto che sia simile ma non uguale a una parodontontite e che tra le cause non ci sia il sovraccarico occlusale. È emersa qualche novità dalla vostra analisi bibliografica?
La perimplantite può essere definita come un’infezione sito-specifica indotta da placca con perdita progressiva dell’osso di supporto di un impianto funzionante. Quindi, come nella parodontite, è accertato che la causa della patologia è l’infezione, non il sovraccarico. È stato dimostrato che l’accumulo di placca porta allo sviluppo della mucosite perimplantare (cioè all’infiammazione reversibile della mucosa che circonda un impianto senza perdita d’osso). Non sappiamo ancora come dalla peri-mucosite si passi alla perimplantite, patologia che se non curata può portare alla perdita dell’impianto.
Quali sono i sintomi di questo problema e come possiamo diagnosticarlo?
I sintomi sono quelli legati a un’infezione, arrossamento, gonfiore, essudato, ma a volte possono essere più subdoli, come disgeusia, dolenzia nella zona implantare. Fondamentale è il ruolo del dentista che deve essere in grado di diagnosticare la lesione il prima possibile. L’esame ispettivo potrà evidenziare la presenza di modifiche della mucosa perimplantare, ma è attraverso il sondaggio che si individua la presenza di una lesione, che viene poi confermata dall’esame radiografico rivelando la perdita di osso attorno a un impianto di per sé stabile. A volte il sondaggio attorno ad alcune tipologie implantari o di fronte a strutture protesiche complesse può rivelarsi difficile. L’ideale sarebbe avere una radiografia antecedente l’esame per comparare la perdita di osso nel tempo.
Esiste un rischio individuale? Qual’è la sua esperienza?
Alcune categorie di pazienti, come quelli affetti da parodontite, sembrano essere più a rischio. Anche la mia esperienza è in accordo con questa osservazione, nonostante la peri-implantite non sia di frequente riscontro nei miei pazienti inseriti in programma di mantenimento. Aggiungo che alcuni tipi di impianti con superficie molto ruvida, ora non più in commercio, sono particolarmente a rischio.
Qual è il trattamento migliore per la perimplantite? Quale è la sua esperienza clinica in proposito?
Il fine del trattamento della periimplantite è eliminare l’infezione, riducendo la carica batterica al di sotto di quella che l’organismo è in grado di controllare, così come avviene con la parodontite. Attualmente non sappiamo quale sia il trattamento migliore per tale patologia. Ne sono stati proposti diversi tipi: pulizia non chirurgica, con l’aggiunta o meno di antisettici o antibiotici locali o sistemici e procedure chirurgiche con il fine di rimuovere i batteri e lisciare e/o decontaminare le superfici implantari. La terapia non chirurgica non sembra essere molto efficace in caso di lesioni avanzate. Personalmente, in questi casi dopo un’iniziale debridment per diminuire l’infiammazione dei tessuti, passo alla chirurgia per pulire meglio le zone infette, cercando di lisciare le superfici implantari e utilizzando tecniche resettive in zone non estetiche o dove le lesioni sono meno importanti o hanno un andamento orizzontale. Altrimenti cerco di rigenerare con l’uso di biomateriali. Ho ottenuto buoni risultati a breve termine per quanto riguarda la risoluzione dell’infezione. Se i tessuti sono spessi e la chirurgia rigenerativa non ha avuto complicazioni, anche l’estetica può rimanere buona, ma generalmente si creano recessioni, che in alcuni casi sono gravi.
I pazienti vanno seguiti nel tempo, perché il rischio di recidiva è alto, specialmente quando la perdita di osso supera il 50%. A distanza di anni si può arrivare alla perdita dell’impianto anche in casi in cui il difetto è radiograficamente “rigenerato”.
E i trattamenti più complessi, come antibiotici, laser, e via di seguito?
Non è detto che possano dare risultati migliori rispetto a un accurato debridment sottogengivale, e, anche se i dati che abbiamo sono ancora scarsi, è questo il trattamento non chirurgico che utilizzo quando la perdita ossea è limitata. Quando la recessione è limitata grazie allo spessore dei tessuti, c’è il rischio che rimanga una tasca profonda, con una maggiore probabilità che il problema si ripresenti. Vista la difficoltà a trattare lesioni molto avanzate, ritengo importante cercare di intercettare la lesione il prima possibile, quando la cura è più semplice e dà i risultati migliori, esaminando accuratamente gli impianti di ogni paziente e sottolineando l’importanza dei controlli periodici e di un buon controllo di placca. Sono necessari ancora molti studi nel campo del trattamento della parodontite che ci aiutino a dare una risposta anche a quesiti semplici, come per esempio se sia meglio usare strumenti dedicati attorno agli impianti o se possiamo usare gli stessi strumenti metallici che usiamo per i denti. Fondamentale è seguire il paziente nel tempo, perché il rischio di recidive è elevato ed è importante ottenere un buon controllo di placca.
GDO 2011;6
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