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01 Ottobre 2011

Oltre il seno: l’impianto pterigoideo

di Cosma Capobianco


Da quando fu introdotto negli anni ’90, l’intervento di rialzo del pavimento del seno mascellare è diventato sempre più praticato. Anch’esso, tuttavia, ha dei limiti e, in prospettiva, la sua importanza potrebbe ridimensionarsi con la diffusione degli impianti corti. Ne parliamo con Mauro Cerea, chirurgo maxillo-facciale, relatore in numerosi corsi e congressi di implantologia nonché ideatore dell’impianto pterigoideo.

Dottor Cerea, l’avanzata degli impianti corti potrebbe ridurre la necessità di ricorrere al rialzo del seno mascellare?
Personalmente ho iniziato a utilizzarli da circa tre anni, concessi in via sperimentale da alcune aziende, e il mio follow-up, benché positivo, non consente a tuttora una valutazione prospettica. Innanzitutto, bisogna dire che possono essere utilizzati in alternativa al rialzo di seno solo se i diametri trasversi mascellari lo consentono. Sicuramente il carico assiale su questi impianti non rappresenta un fattore critico, diversamente gli stress laterali e tangenziali della masticazione diatorica potrebbero influire negativamente sulla prognosi a lungo termine. È bene poi ricordare che un impianto è “corto” quando ha una lunghezza inferiore a 8 mm. Recentemente sono stati proposti da diverse aziende con forme e diametri simili e con kit chirurgici dedicati. Questi sistemi sfruttano il grip implantare di superficie mediante un diametro allargato che sopperisce alla mancanza di una lunghezza adeguata al rapporto corona-radice.

La valutazione dello specialista ORL prima del rialzo di seno viene non di rado trascurata nella routine: quale è la sua opinione?
In un’attenta programmazione chirurgica la valutazione ORL deve essere considerata qualora l’anamnesi risulti positiva per episodi sinusitici, soprattutto se ricorrenti, e nei casi in cui il grande rialzo di seno preveda un intervento di tipo rigenerativo che potrebbe interferire con la normale attività della mucosa del seno. In tal caso, è opportuna la visita ORL e un’eventuale Tac per valutare la posizione cranio-caudale del complesso ostio-meatale. Non si devono neppure dimenticare i disturbi allergici, così comuni nelle nostre città, che sconsiglierebbero l’intervento nei periodi di crisi (per esempio in primavera); inoltre andrebbero attentamente valutate eventuali poliposi o ipertrofie della mucosa antrale, specialmente se associate a sinusiti croniche. Ricordiamo che l’intervento di rialzo è sconsigliato nei fumatori a causa della possibile atrofia della membrana di Schneider e della maggior suscettibilità alle flogosi da corpo estraneo.

Lei è stato uno degli ideatori dell’impianto pterigoideo: ce ne dia un bilancio sintetico.
L’impianto pterigomascellare è nato nel 1995 in collaborazione con Paolo Ferdeghini, collega e amico. Cercavamo una tecnica implantare che potesse evitare il rialzo di seno nelle forti atrofie mascellari postero-superiori; un intervento gravato da alta morbilità, soprattutto se si ricorre a prelievi autologhi. Inoltre non è indicato nei fumatori e soffre di una scarsa commerciabilità nell’ambito della libera professione. L’impianto pterigoideo è della lunghezza media di 18 mm, con inclinazione di circa 45° in senso sagittale e di 15° in senso latero-mediale, che a partenza dal tuber mascellare interseca le lamine ossee della fossa pterigoidea consentendo il trasferimento diretto dei carichi protesici durante i cicli masticatori, evitando di dover rigenerare l’osso alveolare. Da allora ne abbiamo inseriti più di 1000 con una percentuale di mancata integrazione di circa il 3% e di fallimento sotto carico protesico minore dell’1%. Il bilancio è stato confermato da un follow-up numericamente rilevante che credo abbia definitivamente fugato i dubbi circa la tenuta e l’affidabilità del nostro protocollo chirurgico-protesico. Questa tecnica si pone in associazione con altre, specialmente se di tipo rigenerativo. Non possiamo certo considerarla una panacea, ma, di fatto, spesso è in grado di risolvere brillantemente casi che diversamente avrebbero comportato un iter ben più lungo e indaginoso.

Il dentista che vuole formarsi in implantologia rischia di disperdersi in una marea di offerte: che cosa farebbe per regolamentare questo settore?
Personalmente, consiglio di adottare un unico sistema impiantare e, se possibile, di aziende che siano in grado di soddisfare una vasta gamma di richieste cliniche e che offrano anche un ampio panorama di corsi teorico-pratici graduati secondo le necessità, dall’implantologia di base a quella avanzata. Consiglio di acquistare sempre la componentistica implantare originale della stessa marca dell’impianto, meglio se entrambi i prodotti sono fabbricati all’interno della stessa azienda; si ottimizzano così le tolleranze abutment-impianto. Sarebbe auspicabile che anche in Italia, così come in altri Paesi, venisse introdotta una certificazione sulla qualità di sistema implantare che fosse più selettiva, mediante trial più rigorosi; sappiamo fin troppo bene che il marchio CE viene concesso con una facilità disarmante. Il sistema implantare con due certificazioni sarebbe sicuramente più affidabile a un costo comunque allineato che meglio ci garantirebbe anche nei confronti di un ipotetico contenzioso medico-legale.
Senza dubbio l’implantologia deve porsi l’obiettivo di essere alla portata di tutti, ma oggi più di prima il professionista deve formarsi in maniera più responsabile, attuando protocolli chirurgici e protesici sicuri e universalmente riconosciuti come affidabili, così da evitare una pericolosa implantologia fai-da-te (così cara agli implantologi della vecchia generazione...).

Leggi anche l'articolo sui dati di mercato del settore

GDO 2011;6

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