I prezzi salgono e potrebbero crescere ancora se le banche centrali perdessero il controllo, ma gli investitori possono proteggere il loro patrimonio.
(Riassunto del commento di Andreas Hoefert. Deputy Head of Global Investment Reccommendatons di Ubs Wealth Management Research)
Solo pochi anni fa era la deflazione (cioè una diminuzione generalizzata dei prezzi) a preoccupare gli esperti e i governatori delle banche centrali. Oggi lo spettro che incombe sull’economia mondiale è invece l’inflazione, in buona parte legata alla fiammata delle quotazioni delle materie prime, petrolio in testa. Ma l ‘aumento del prezzo del greggio (o di altre commodities) non è di per sé un fattore capace di scatenare automaticamente l’inflazione. Devono infatti intervenire altre variabili, in grado di trasformare il caro-vita in un fenomeno generalizzato.
Quali sono queste variabili?
Secondo le osservazioni degli studiosi (che risalgono addirittura alle prime teorie sull’oro del filosofo francese Jean Bodin, nel 1568) i prezzi aumentano quando sul mercato vi è una crescente disponibilità di denaro (o di ricchezza) mentre la quantità di beni e servizi rimane costante (o aumenta meno velocemente rispetto alla massa monetaria).
Fu così, per esempio, negli anni ’70, durante le prime crisi petrolifere. In quel periodo, si assistette (come ora) a una crescita consistente delle quotazioni del greggio e, nello stesso tempo, a una notevole spinta inflazionistica . Tuttavia, la fiammata dei prezzi fu solo in parte innescata dal rincaro delle materie prime. La causa principale fu infatti l’atteggiamento delle banche centrali che, per mitigare gli effetti della crisi petrolifera sulla crescita economica e sull’occupazione, aumentarono la disponibilità di moneta sul mercato (cioè la massa monetaria) provocando un aumento generalizzato dei prezzi.
La crisi degli anni ’70 presenta alcune similitudini con la situazione attuale: oggi il prezzo del petrolio cresce, mentre le banche centrali (in particolare la Federal Reserve americana) stanno diminuendo i tassi d’interesse (e quindi stanno facendo crescere la massa monetaria) per stimolare l’economia (che in questo periodo è indubbiamente un po’ stagnante).
Bisogna dunque attendersi una nuova spirale inflazionistica come trent’anni fa?
Il pericolo non è da sottovalutare, benché vi siano, fortunatamente, alcuni fattori che spingono in senso contrario. Oggi, a differenza di quanto avvenne negli anni ’70, i consumatori hanno molti più strumenti a disposizione (in particolare la rete di internet) per confrontare i prezzi dei beni e dei servizi e per scegliere dunque i prodotti più convenienti. Inoltre, la globalizzazione dei mercati ha portato a una forte concorrenza dei paesi emergenti che hanno un basso costo della manodopera e possono esportare, anche in Occidente, i propri prodotti a prezzi molto competitivi. Per questo, almeno finora, il caro-petrolio non si è trasformato in una impennata (generalizzata) del caro-vita. In altre parole, grazie a una maggiore concorrenza sul mercato, le aziende non possono trasferire sui prezzi gli aumenti dei costi di produzione.
Ma come dovrebbero comportarsi gli investitori se, alla fine, l’inflazione riuscisse a prendere piede?
Molti guardano all’oro come un possibile bene rifugio, se non addirittura come la panacea di tutti i mali. Eppure, l’esperienza passata non sembra sempre confermare questa teoria. Per esempio, chi avesse acquistato il metallo giallo nel 1979, come riserva di valore, sarebbe rientrato dall’investimento (cioè avrebbe raccolto dei rendimenti positivi) soltanto due anni fa. Per questo Ubs preferisce segnalare, come soluzione, l’investimento in TIPS, (Treasury Inflation-Protected Securities) titoli emessi dal governo statunitense che hanno un rendimento indicizzato a quello dell’inflazione. Vale comunque la pena di ricordare che qualsiasi portafoglio ben diversificato è sempre meno vulnerabile a tutte le tempeste economiche, comprese le spinte inflazionistiche.
GdO 2008; 5
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