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18 Marzo 2008

Al riparo dall'inflazione

di Andrea Telara


Le borse scricchiolano e l'economia mondiale procede in affanno. Un'altra spada di Damocle pende sulla testa, anzi, sul portafoglio degli investitori: è il timore che un'ondata inflazionistica, spinta dai prezzi del petrolio ormai alle stelle, giunga improvvisamente a erodere la ricchezza dei risparmiatori. L'inflazione, fino a pochi anni fa considerata dagli analisti una variabile ormai secondaria nelle scelte di politica economica dei governi, oggi è tornata a riempire le cronache quotidiane dei giornali finanziari ed è nuovamente un tema di discussione tra i governatori delle banche centrali e tra i ministri economici delle nazioni industrializzate. I "grandi" della terra discutono ma, nel frattempo, i piccoli e i medi investitori rischiano di vedere la propria ricchezza deteriorarsi velocemente sulla scorta di un aumento generalizzato dei prezzi.

Come correre ai ripari? Ecco quattro diversi strumenti finanziari, capaci di proteggere il portafoglio degli investitori dall'azione "erosiva" del carovita:
i Btpi (i buoni del Tesoro poliennali indicizzati all'inflazione). Si tratta di titoli di stato italiani (quindi poco rischiosi) che hanno una durata compresa tra i 5 e i 30 anni. Hanno un meccanismo di funzionamento un po' particolare, leggermente diverso da quello degli altri buoni del Tesoro (come i Bot, i Cct e i Btp più tradizionali). In pratica, gli investitori che acquistano un Btpi ricevono (come avviene per qualsiasi titolo obbligazionario) un rendimento periodico, cioè una cedola (in questo caso semestrale) che rimane fissa in termini percentuali (ed è compresa tra lo 0,95% e il 2,35% all'anno, a seconda delle scadenze). A crescere è invece il valore nominale del titolo (cioè il capitale investito nel Btpi), che si rivaluta ogni anno secondo l’aumento medio dei prezzi al consumo registrato nell'Unione Monetaria Europea. Risultato: investendo in un Btp indicizzato all'inflazione, i risparmiatori ottengono un duplice beneficio: portano a casa un rendimento sicuro sotto forma di cedole, proteggono il proprio capitale dall'azione erosiva dell'inflazione. I prezzi crescono, dunque, ma cresce anche la consistenza del patrimonio dell'investitore (che così non diventa ogni anno più povero per effetto dell'aumento dei prezzi).
Oltre ai Btpi, chi volesse diversificare maggiormente il proprio patrimonio, acquistando un numero elevato di titoli può scegliere di puntare sui fondi d'investimento e sugli etf inflation linked. Si tratta di fondi che investono in decine o centinaia di titoli obbligazionari (come i Btpi) emessi in diversi paesi e tutti con un rendimento legato all'inflazione. Oltre al Tesoro italiano, infatti, vi sono altri governi in Europa (in particolare quelli francese, tedesco e greco) che ogni anno emettono dei titoli di stato collegati al carovita. 
I rendimenti dei fondi e degli etf inflation linked si muovono in genere di pari passo con l'aumento medio dei prezzi al consumo e sono dunque un altro buon antidoto. 
C'è infine un'ultima strada percorribile sulla quale, però, oggi molti osservatori sono dubbiosi. Si tratta degli investimenti nell'oro, cioè in un bene materiale che ha subito una notevole rivalutazione durante le dolorose fiammate inflazionistiche degli anni '70. Guardando con maggiore attenzione al passato, e in particolare al periodo che va dal 1980 al 2002, si scopre però che l’oro non ha sempre avuto un andamento direttamente proporzionale ai prezzi al consumo. Ma voltare completamente le spalle al metallo giallo sarebbe comunque un errore. In un portafoglio ben diversificato, c'è infatti posto anche per questo tipo di investimento.

Redazione

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