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20 Marzo 2008

"Speaker's corner" - Undicesimo: non dimenticare

di Cosma Capobianco


La vita dei dentisti scorre veloce: appuntamenti, aggiornamento, ogni tanto una mina da disinnescare e, sempre più spesso, qualche impegno gratuito a fin di bene.
Il volontariato è solitamente fonte di gratificazioni ma, purtroppo, può anche portare in tribunale. Ce lo racconta Edoardo Bernkopf che ogni tanto va nelle scuole per portare la sua testimonianza di una tragedia storica a lungo dimenticata, ma, ancora oggi, in grado di provocare scintille.

Edoardo, il tuo scopo è solo quello di tenere viva la memoria delle persecuzioni subite dagli italiani per opera dei partigiani jugoslavi alla fine dell’ultima guerra…
Sono nato a Vicenza nel dopoguerra, e di quelle tristi vicende accadute nella terra dei miei famigliari conservo i loro racconti e condivido un dolore coltivato nei cuori senza ostentazione. Quando mi invitano, presento a gli studenti la mia documentazione storica e i ricordi personali. Purtroppo, la nostra scuola è piena di “professorini” per i quali il muro ideologico non è mai caduto. Il silenzio sulle foibe che ha caratterizzato il mondo della cultura (ammesso che la scuola ne faccia parte) indigna ancor più dell’assordante silenzio della politica, che si è rotto solo da poco.

Poi nel 2006 uno di questi “professorini” ti ha accusato…
Sì, ho dovuto difendermi dall’attacco di un “docente” negazionista sulle pagine del Giornale di Vicenza. Ha scritto che ho tenuto una relazione ideologico-politica in piena campagna elettorale basandomi su prove inventate o palesemente manipolate per costruire verità di regime.

Non si poteva lasciar correre…
Di fatti ho chiesto giustizia e il tribunale ha emesso poche settimane fa la condanna per diffamazione: 100 euro di multa.

Soddisfatto?
È stata solo una soddisfazione platonica: c’è l’indulto. Ma il peggio è l’indulgenza della nostra scuola per chi vi “insegna” avendo ben poco da insegnare.

Quale eredità conservi di quel tragico periodo?
Prevale lo sconforto per l’interesse della nostra coscienza nazionale e dei nostri maitres à penser per le tragedie che accadono da un capo all’altro del mondo, ma non per quelle patite da nostri fratelli a pochi chilometri da qui.
Con orgoglio posso aggiungere che i nostri profughi, anziché allevare i figli nell’odio, si sono rimboccati le maniche guardando a un futuro di pace. Istriani, Fiumani e Dalmati si sono ovunque integrati nella popolazione che li ha accolti, brillando per ingegno, laboriosità e senso civico. Provo solidarietà con tutti i profughi del mondo, ma un po’ meno con chi interpreta questa dolorosissima esperienza come una licenza per piazzare bombe e uccidere innocenti, mandando addirittura i propri figli a morire da kamikaze.

Ti capita di tornare in Istria e in Dalmazia? Come ti sembra che siano visti adesso gli italiani?
Potrei tracciare la carta nautica dell’Adriatico a memoria perché ho veleggiato tra le sue innumerevoli isole in gioventù. Mi commuoveva vedere le vecchie pietre della Serenissima e sentire qualche anziano parlare “talian” con l’accento dei miei vecchi. Dopo la caduta del comunismo, la febbre dell’euro ha contagiato i giovani croati, che amano gli italiani, perché spendono nei loro ristoranti più dei parsimoniosi tedeschi: del passato è meglio non parlare, anche perché, beninteso, nemmeno noi siamo immuni da colpe storiche.

 
 

GdO 2008; 4

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