Per me che sono alla soglia dei cinquanta, trent’anni sono ben al di là della linea di mezzeria. Una vita fa, eppure l’emozione di certi ricordi è così viva da farmeli sembrare a portata di mano. Per esempio la stupita gioia davanti al tabellone con i risultati dell’esame per l’ammissione al secondo anno di Odontoiatria, cui mi ero iscritto abbastanza casualmente, e la decisione di lasciare Medicina, anche per il miraggio di un’anticipata indipendenza economica. La curiosità del primo impatto con il mondo odontoiatrico in una grande aula con tanti compagni un po’ estranei gli uni agli altri - i futuri amici di una vita - nella quale il professor Santoro insegnava Materiali dentari. Il cielo temporalesco di un tardo pomeriggio del giugno dell’82, reso ancora più scuro dalla frustrazione di non aver passato l’esame di Anatomia patologica del “terribile” professor Maturri. La stanza del primo piano della Clinica odontoiatrica, il reparto di Elettromiografia ed Elettrognatografia del professor Giannì, e l’orgoglio del primo contatto con la professione. La soddisfazione di una laurea presa a tempo di record, il 18 giugno dell’84, anticamera di un anno e mezzo di purgatorio in attesa della legge istitutiva: ragazzi, un po’ élite e un po’ odontopuffi, che si trovarono a fronteggiare un sistema ricco di perché inespressi.
A partire dalla stessa creazione della loro nuova figura. Un futuro, il “mio”, che mi sono presto accorto scorrere all’interno di un fiume di tanti altri futuri, fatti anche di decisioni e di volontà che partivano da lontano. Passati da proiettare nel presente per indirizzare, per quel che si può, il futuro: il senso più alto delle attività associative, se guidato da quei valori che per noi costituiscono il modello della “mission” medica. Anche se a quei tempi non lo sapevo, l’istituzione del corso di laurea in Odontoiatria fu imposta all’Italia dalle autorità comunitarie dopo un lungo travaglio. Forse dovuto al fatto che l’Odontoiatria, in quanto esercizio di una professione autonoma, era più espressione della cultura anglosassone che non nostra, considerato che già nella prima metà dell’Ottocento esisteva un corso di laurea negli Stati Uniti. Resistenza che è continuata nel tempo, se pensiamo che a tutt’oggi l’integrazione della figura dell’odontoiatra nel panorama sanitario italiano non è ancora stata risolta in tutte le sue sfaccettature.
Un problema di modelli contrapposti che però è anche una sfida. Se mi si dovesse chiedere il senso della mia attività nella Cao lo riassumerei proprio in quella sfida: conciliare il modello ordinistico, nato a tutela del diritto alla salute, con realtà che sono mutate.Un esempio ne è la condivisione dei problemi, che non è più tra professionisti con la stessa formazione, ma nella modalità di esercizio della professione, cioè se dipendenti, convenzionati o liberi professionisti (seppur uniti, e qui torniamo all’Ordine e al suo Codice deontologico, dalla propria parte di responsabilità etica nei confronti di tutti i cittadini). Una quadratura del cerchio ostacolata dalla pesante eredità di certe visioni economicistiche dell’inizio del Novecento (secondo cui il miglior modo di regolare i rapporti umani è quello economico) che, per reazione, avevano portato all’istituzione degli Ordini per difendere settori sociali “delicati” dallo strapotere del danaro. Visioni che proprio negli anni Ottanta, l’epoca dello yuppismo, cominciarono a trovare una loro applicazione pratica anche in sanità, dove l’oggetto “prestazione” cominciò a diventare centrale rispetto alla cura della persona. Riflessioni che rimandano all’altro anniversario importante di quest’anno, il centenario della nascita degli Ordini dei medici. Non è quindi casuale che i trent’anni di professione coincidano con battaglie durissime, oggetto di altrettanti ricordi, come quella con l’Antitrust riguardo alla pubblicità (che per noi deve essere informazione), quella sui minimi tariffari (che per noi coincidono con il minimo qualitativo), quella sulle società di capitali (in cui la salute delle persone diventa elemento secondario). Questioni non risolte che saranno centrali nella riforma delle professioni, che dovrà dare una risposta sulla sanità - e si spera non sarà basata sugli ipermercati della salute ma sull’umanizzazione del sistema.
Un’umanizzazione che però non può essere demandata solo a una legge, ma deve partire dal cuore di chi cura le persone. Molto può fare la formazione (il passaggio da cinque a sei anni può essere un’occasione) se la si indirizza, oltre che alla crescita scientifica, anche a quella della coscienza. Sarebbe il più bel modo per festeggiare.
Valerio Brucoli, Presidente Albo odontoiatri Milano.
GdO 9;2010
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