Per il dott. Savini, la sfida per tutelare il paziente è favorire forme societarie dove prevalgano le ragioni della qualità di cura, le persone, i rapporti fiduciari
Gentile Direttore
Vorrei condividere con lei una riflessione che nasce dal suo ultimo DiDomenica, riflessione che vorrei chiarire è personale, come odontoiatra libero professionista e non come dirigente di associazione, perché in AIO le questioni vengono condivise e questa è nata d’istinto e così mi piace che rimanga.
Nel suo approfondimento domenicale lei parla di due grandi acquisizioni, dei centri Odontosalute da parte del gruppo estero Colosseum e dei centri Vitaldent da parte del gruppo Dental Pro che fa capo a sua volta alla finanziaria BC Partners, lo stesso Fondo che acquisterebbe l’Inter. La Finanza unica chiave di lettura possibile per queste operazioni, Lei scrive. E giustamente si pone dei quesiti etici, gli stessi che mi pongo io.
Alla fine della Sua analisi del problema però arrivo ad una soluzione diversa: il mondo delle “catene” odontoiatriche non necessariamente corre rischi a seguito di leggi o interpretazioni che avvantaggino le visioni di cui la Professione è portatrice da sempre. I
l perché lo vediamo a poco a poco analizzando il Suo pezzo. Intanto, i 39 mila dentisti che coprono le cure dell’80% degli italiani non sono nemici del mondo del capitale: siamo professionisti della salute, non facciamo previsioni sui ritorni del capitale investito né ci scandalizziamo che un altro mondo ne faccia.
E’ vero che le cure ai pazienti si collocano alla voce “ricavi e vendite delle prestazioni” in una Stp come in una maxi-catena di ambulatori odontoiatrici (che spesso sono sì società, ma srl), tuttavia nella Stp chi amministra è un dentista, con nome e cognome, che deve garantire il rapporto di cura con i pazienti. Altresì non è “abominevole” per una società tra professionisti avere un progetto industriale.
Certo, ben altro progetto industriale può concedersi una società di capitali grazie alle varie possibilità offerte dal legislatore. Le stesse chance che consentono alle Società di capitali in odontoiatria di esistere e crescere da 30 anni. Anche crescere, già.
Le perdite da Lei citate non dicono tutto: una catena acquirente nel 2019 ha un debito da 18 milioni (16 nel 2017), ma ha acquisito una società polacca, e oggi compra un’altra catena che era in perdita di 10 milioni nel 2018 (5 nel 2017): quale maxi fondo internazionale rifinanzierebbe dei “recidivi del deficit” se non ci fosse una redditività?
Guardiamo ancora ai Suoi dati: 1,8 milioni di pazienti si rivolgono a 260 studi odontoiatrici di catene che ammontano al 2,2% degli studi in Italia e all’8% del fatturato in valore; in media sono 6150 pazienti a studio, in teoria oltre 20 pazienti al giorno, ma ogni paziente fa 4 prestazioni l’anno di media, dobbiamo quindi quadruplicare la cifra e immaginare che ogni centro di catene odontoiatriche abbia almeno 4-5 dentisti impiegati a pieno regime.
Per contro, l’80% dei cittadini che vanno dal dentista (a loro volta un 40% del totale degli italiani) si rivolge a 39 mila studi odontoiatrici professionali ciascuno dei quali ha un utile medio di 50 mila euro annui. Il dentista “ordinario”, tartassato dalle tasse, arriva “al pelo” a finire i lavori: dovremmo meravigliarci che nelle catene sia potuto accadere che si lasciassero i lavori non conclusi, o che comunque sia un bel po’ “più” alta la probabilità che chiudano – loro o dei loro centri – piantando il paziente nel bel mezzo della cura con un finanziamento cui far fronte?
O che i piani di cura non vengano rispettati o vengano ripresi da un altro professionista dopo interruzioni e ritardi tali da mandare a monte la terapia?
Ma il tema di fondo per noi è un altro: questi centri continuano ad avere molti pazienti, afflussi di denaro fresco, utile a consentire nuove acquisizioni anche fuori Italia e forse (chiamiamolo più timore “ingiustificato” che ipotesi) anche ad andarsene al momento opportuno per mostrare qualche soldino in meno al Fisco italiano.
Cosa che un dentista singolo non fa.
Una società tra professionisti del dentale nemmeno, perché – iscritta in un albo professionale – deve innanzi tutto offrire tutele adeguate al paziente.Ma sarebbe così difficile che i centri delle catene si trasformassero in società tra professionisti garantendo di seguire il paziente? Lei afferma che un player da 2000 amministrativi e 1500 collaboratori – quale è adesso l’acquirente di Vitaldent – non è più entità trascurabile dalla politica: in un contesto molto frammentato, “fa il mercato” e il legislatore potrebbe doversi adeguare alle sue richieste.
Del resto, quando il Movimento 5 Stelle propose a novembre ’19 di consentire l’esercizio in forma societaria alle sole Stp, alcune catene paventarono il rischio di chiudere e l’emendamento fu ritirato.
Eppure il settore in oggetto è composto – in modo molto improprio – da soli amministrativi e, impropriamente, si avvale di professionisti a rapporto non di dipendenza ma come partite Iva a perenne rischio di “taglio”. Non è così in altri settori della sanità, nemmeno nelle cliniche private. Paradossalmente, poi, dal dentista i pazienti cercano rapporti di cura duraturi, che li rassicurino.
La chiusura di una catena corrisponde alla fine di una garanzia di cura per ogni paziente là seguito. Per fortuna, dobbiamo dire, qualcosa ha frenato queste chiusure: gli ambulatori in “franchising”, termine che mi si dice non dovrei usare, sono quasi tutti a maggioranza potenziali Stp dove prevale la componente del professionista, seguita da altre figure gestionali. Potrebbero iscriversi all’Ordine dei Medici e Odontoiatri in un giorno, seguendo la nostra legislazione. Ma non vi comanderebbero più i capitali, bensì i medici-dentisti, cioè le ragioni dei pazienti. Quindi non lo fanno e seguono l’evoluzione delle “catene”.
La sfida per noi “liberi professionisti” non è combattere i franchising del dentale, frutto del lavoro di colleghi di cui è il territorio a scegliere di volta in volta se c’è bisogno o no, ma favorire forme societarie dove prevalgano le ragioni della qualità di cura, le persone, i rapporti fiduciari. Qualcosa di analogo scrisse il ministero dello Sviluppo un anno fa dando il via libera alla rete di imprese solo se fatta da professionisti o da imprese iscritte ad albi, leggasi Stp.
Il mondo delle catene di fronte a questa richiesta di trasformarsi probabilmente non perderebbe un solo pezzo: ne perde molti di più con le chiusure improvvise al momento in cui al Fondo finanziatore piace fare una scommessa diversa, in un’altra dimensione economica o in un altro paese. Di certo, si ridimensionerebbe il ruolo del “non odontoiatra” al timone. E che male ci sarebbe?
Da questa conclusione nasce la diversa soluzione al problema da Lei posto: il fondo di garanzia statale nato per ovviare ai disastri dei fondi di sanità privata, al quale attingerebbero i pazienti lasciati “a piedi” dai vari fallimenti di catene odontoiatriche, dovrebbe avere le spalle molto larghe per coprire tutti i potenziali aventi diritto. E, temo, si trasformerebbe in un Fondo come quello per le vittime della strada che eroga pochi soldi a troppi familiari rimasti soli. Sarebbe inoltre un aiuto di stato a chi lo stato non lo aiuta. Preferirei che lo stato si ponesse i problemi dei pazienti da un punto di vista etico. "E ora, a che medico-odontoiatra mi rivolgo? E come faccio a garantire che mi porti a termine la cura?"
Danilo Savini, Medico Odontoiatra
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