La formazione esclusiva, ovvero destinata ad un gruppo di discenti selezionati e quella selettiva che però spesso è più inclusiva della prima. Carlo Poggio ragiona sui due termini chiarendo che non è una questione semantica
La formazione continua di un clinico passa per molti corsi, si tratta sostanzialmente di scegliere dove investire tempo e denaro. Ci sono corsi più o meno costosi, e questo seleziona, ma sostanzialmente non ci sono corsi “esclusivi”, ovvero in cui il marketing si giochi sul tema del “questo corso non è per tutti…”.
Fa parte della formazione poi anche la partecipazione ad associazioni e gruppi, sempre uno stimolo potente a fare meglio. E qui entra in gioco il “per molti ma non per tutti” (slogan di un mediocre spumante tanti anni fa), e forse la debolezza della psiche umana.
Quando si passa all’appartenenza ecco che la “FOMO” (fear of missing out) si manifesta, il desiderio insito di “accettazione” (non per niente esistono le “commissioni accettazione”, e Freud stesso rinato dentista non avrebbe saputo scegliere termine più denso di significati inconsci). Esistono luoghi nel mio campo professionale in cui l’attrazione del “no, non sei abbastanza bravo per noi” è più forte di tutto. Ho conosciuto persone che hanno affrontato cinque, sei volte una “accettazione”, in una dinamica apparentemente masochista. Esistono leggende metropolitane su questi “esami”, e ognuno ne ha sentita qualcuna.
A livello internazionale ho conosciuto realtà in cui tutto, organizzazione, location 5 stelle lusso, ogni dettaglio, trasuda il “non è per tutti”, slogan tanto banale quanto efficace.
In Italia abbiamo inventato i “closed meeting”, termine che tradotto fa sorridere, soprattutto quando molti di questi incontri sono aperti (ma “brandizzandolo” closed si pensa morda di più su chi ha bisogno di essere “accettato”). Esistono contesti all’interno dei quali un antropologo riconoscerebbe perfettamente “il branco”, con i maschi alfa senior, gli junior che affilano gli artigli mentre ossequiano i senior (e le femmine? Quasi non esistono, spesso il pragmatismo delle donne saggiamente le tiene lontane da queste dinamiche prevalentemente maschili).
Ora non c’è nulla di male che qualcuno faccia la coda per entrare nel privè di un locale cool, considerato che siamo animali sociali (anche se per me in certi posti se non ti ci trovi dentro per circostanze o per caso la cosa peggiore che puoi fare è far la coda fuori per entrarci).
Fa specie invece il fascino morboso del “privè” quando parliamo di luoghi essenzialmente di educazione e di condivisione di conoscenze.
Che certa alta formazione si svolga tra persone selezionate, intendiamoci, è cosa ovvia, non si può trattare un tema senza aver delle basi da cui partire, e alcuni temi riguardano meno persone di altri. In 30 anni nella mia professione mi è capitato di accedere ad alcuni contesti scientifici fortemente selettivi, semplicemente relativi ad aree su cui ho investito molte energie per molti anni. Selettivi però, e tra selettivo ed esclusivo passa un mondo di differenza, un modo che si respira negli atteggiamenti e nelle piccole cose, da subito.
E paradossalmente i contesti più selettivi che ho incontrato si sono dimostrati i più inclusivi di tutti: se l’obiettivo è raccogliere persone che condividono competenze, per poter fare assieme passi maggiori, il desiderio è necessariamente “inclusivo”, ovvero di ricercare attivamente tutti coloro che condividano quelle competenze.
Viceversa laddove il desiderio è di “esclusività” (guardateci! noi siamo gli “happy few….) l’atteggiamento è differente come la notte dal giorno, il tema diventa “mettere asticelle”, anziché “convogliare competenze”.
E’ una questione semantica che può apparire minore, ma fa una differenza enorme di stile e di metodo, e in un mondo sempre più interattivo, in trasformazione sempre più veloce, dove le vie di formazione sono sempre maggiori, così come le opportunità, dove non esistono più solo uno o due “circoli”, questa differenza a mio avviso si sta dimostrando determinante. Dieci anni di social in odontoiatria, il luogo meno esclusivo del mondo, dovrebbero aver mostrato a tutti che per fare formazione l’esclusività non è più una virtù, ma semmai una palla al piede.
Per questo amo i luoghi selettivi ma inclusivi, non quelli che si autodefiniscono esclusivi, e dopo quasi 30 anni in questo campo ho capito che se un “club” punta tutto sull’esclusività non fa per me, in fondo come diceva Oscar Wilde: “Non entrerei mai a far parte di un club che ammettesse me tra i suoi membri.
Dott. Carlo Poggio
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