Tutti i risvolti per gli operatori della sfida social in medicina e odontoiatria estetica. Il punto di vista del formatore ed i 3 momenti chiave dell’aggiornamento
I social media costituiscono un effettivo e senza dubbio efficace strumento di lavoro. Tali e tante sono le applicazioni e le modalità di intervento che quelli della mia generazione, scarsamente o mediamente digitalizzati, hanno dovuto imparare a utilizzarli, generalmente da autodidatti. Personalmente utilizzo le piattaforme con le quali ho maggiore familiarità. Ne faccio un uso di gran lunga inferiore rispetto alle potenzialità di un uso intensivo, perché da buona boomer, non le amo. Lo ammetto candidamente, ho dovuto accogliere la sfida di continuare a interagire con un mercato in perenne evoluzione, prendendo dimestichezza con gli strumenti di comunicazione contemporanei. Conosco i miei limiti ma, specialmente, raccolgo le storie di allievi e pazienti che mi rendono evidenti i limiti di questi strumenti. E ne osservo le criticità realizzarsi nei comportamenti di ciascuno di noi.
È indubbio quanto internet e le piattaforme digitali, in ambito sanitario, abbiano facilitato l’accesso ad un vasto numero di informazioni, risorse didattiche, e possibilità di confronto con i propri simili. Rappresentano, inoltre, uno strumento prezioso di comunicazione con i pazienti, consentono di avviare campagne di sensibilizzazione su temi relativi alla salute su vasta scala, ci offrono la possibilità di diventare gli interlocutori privilegiati dei nostri pazienti reali e di conquistare la fiducia di quelli virtuali. Di conseguenza sono uno strumento di diffusione di argomenti di rilievo e al contempo di marketing, un trampolino di lancio professionale.
Com’è noto il successo social è certificato dal numero di follower e di like che si è in grado di reclutare. La comunità social interessata all’estetica è particolarmente popolata e dunque è più serrata la concorrenza tra i professionisti presenti che si affidano alla spettacolarizzazione sanitaria per poter essere notati. È la prima volta, nella storia della medicina moderna, che i professionisti della salute si ritrovano a interagire secondo codici propri al mondo dello spettacolo.
Il processo di conoscenza ed esperienziale, di fatto, avviene prevalentemente sulle piattaforme, all’insegna di due parole chiave.
1) FACILITÀ
2) ESPERIENZA VIRTUALE
In particolare i più giovani sviluppano la convinzione di conoscere già la materia e di poterla approcciare con semplicità.
Affrontare semplicemente i problemi complessi è stata dal principio la rivoluzione messa in atto dai supporti digitali. Le app degli smartphone ci semplificano la vita, d’accordo. Di fatto ci supportano nella semplificazione d’esecuzione di alcuni processi consentendoci di riempire la nostra giornata di molte più attività, apparentemente produttive, più spesso legate alle stesse piattaforme social, fino a creare una dipendenza fisica ed emozionale. Penso ad un esempio a me vicino: mia figlia (19 anni) ha la percezione di poter gestire le emergenze mediche dopo aver seguito tutte le stagioni di Grey’s anatomy. Un po’ come pensare di poter fare una puntura intracardiaca rivedendo le immagini di Pulp Fiction.
Uno degli aspetti fondamentali dello studio della medicina è la capacità di praticare, clinicamente e chirurgicamente, che spesso richiede anni di praticantato dopo una lunga preparazione teorica. È questa la discriminante che mette il medico anziano in una posizione dominante rispetto al medico giovane.
Sui social il neofita interagisce contemporaneamente con un grande numero di esperti della materia, presenti in un ruolo di autopromozione e non di tutor e formatori. Il risultato è che alla falsa percezione di semplicità, anche per procedure avanzate, segue un senso di solitudine professionale (mancanza di una guida reale), grande frustrazione per i risultati che si raggiungono (che appaiono ovviamente meno spettacolari) e ansia da prestazione. Talvolta quest’ansia genera un vero e proprio blocco, paura di sbagliare.
L’ansia è acuita dà un secondo elemento completamente nuovo nella formazione medica: la quantità e il dettaglio delle informazioni simultaneamente a disposizione, senza progressione di apprendimento tra procedure basiche e via via più avanzate, generano una asincronia tra il pensiero e la mano d’esecuzione. La carenza di manualità e l’aspettativa di saper essere all’altezza di mani troppo esperte aumenta l’ansia da prestazione e di conseguenza il blocco psicologico.
La ricerca incessante di risultati spettacolari da parte del clinico, il quale avverte la pressione delle aspettative del paziente, l’eccesso di emotività causato dalle proprie aspettative e dall’ansia di ottenere risultati eccezionali, sono due criticità con una ricaduta sociale in termini di sicurezza per i pazienti.
Il neofita è portato istintivamente a investire (dissipare) ancora più tempo navigando su internet alla ricerca di novità e contenuti che gli risolvano il senso di inadeguatezza, tempo sottratto allo studio di testi validati.
Chi stabilisce cosa è l’eccellenza in estetica del viso e del sorriso?
Aberrazioni anatomiche, risultati eclatanti ed esteticamente discutibili, ripensamenti e rifacimenti: così corre veloce il mercato estetico dove il raggiungimento di un obiettivo a tutti i costi, spesso frutto di un condizionamento sociale, fa perdere completamente di vista il costo biologico. Un ultimo fattore è la diffidenza più o meno consapevole, che accompagna la navigazione social: quanto c’è di vero nei contenuti che vedo?La sfiducia genera insicurezza che si somma ai processi cognitivi ed emotivi esposti fin qui.
L’Art 6 DL 13 giugno 2023 n. 69, sulla pubblicità sanitaria, cerca di applicare delle restrizioni all’informazione sanitaria, “eliminando qualsiasi elemento di carattere attrattivo e suggestivo” con l’obiettivo di tutelare la libera scelta del fruitore finale, cioè il paziente. Nulla è ancora allo studio per tutelare i medici in formazione, per dar loro la possibilità di percorrere il naturale processo di apprendimento e la curva esperienziale, senza la necessità di bruciare le tappe.
Cosa occorre per riportare questo strumento incredibilmente potente nei limiti dell’etica e della tutela della salute degli operatori e dei pazienti?
Mi piacerebbe che questo mio spunto di riflessione apra un confronto all’interno della nostra categoria utile a delineare sempre meglio le caratteristiche del fenomeno descritto fin qui ed a promuovere soluzioni percorribili.
Personalmente mi prefiggo di veicolare informazioni non modificate, ai pazienti e ai discenti, a esporre il percorso, più o meno impegnativo e non solo il risultato. Insegno l’importanza della selezione del paziente, incoraggio il ragionamento critico come strumento per guidare le azioni volte a rafforzare la confidenza nell’assumere responsabilità verso i pazienti e verso la comunità in termini di tutela della salute pubblica, contrastando un trend di mercato che ci vorrebbe meri esecutori delle preferenze dei consumatori, peraltro indotte per scopi commerciali.
Utilizzo tre momenti chiave del mio metodo formativo:
1) un approccio quanto più possibile standardizzato per la diagnosi e la gestione del difetto estetico; il contrario del “senso artistico” che appartiene ahimè a pochi;
2) la ripetibilità, che consiste nel fornire algoritmi di riferimento all’interno dei quali il discente possa operare scelte autonome e in sicurezza;
3) il pensiero critico, che richiede l’acquisizione delle conoscenze adeguate a poter sviluppare un approccio pensato e processare in maniera critica le informazioni scientifiche che incontriamo man mano, invce di un automatismo generato dal pensiero di qualcun altro.
Stimo tutti i colleghi, in particolare quelli della mia generazione, per i quali l’essere social richiede tempo, sforzo che espongono i propri risultati e le proprie idee nell’ambito social dove il confronto non è sempre sereno.
Ho la sensazione che dobbiamo impegnarci per gestire uno strumento che al momento gestisce le nostre vite personali e professionali.
Prof.ssa Milvia Di Gioia
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