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23 Gennaio 2023

Frattura verticale di radice

Un lettore chiede informazioni, il prof. Gagliani risponde e fa una disamina. Frattura verticale di radice uguale a estrazione del dente implicato o ci sono delle eccezioni

di Massimo Gagliani


Qualche buon amico dice di leggermi sempre, qualcun altro mi prende in giro per i miei giochi di parole e, credo, molti altri leggono e conservano nel silenzio le loro riflessioni.Ogni tanto qualcuno si fa vivo con delle domande che, spesso, tradiscono lo stupore di chi si misura con realtà diverse. Così è stato per il tema sollevato dalla brava Lara Figini in approfondimenti su Odontoiatria33 riguardante le fratture verticali di radice

Lo dico in fase di preambolo: frattura verticale di radice uguale a estrazione del dente implicato.Non lo dico con fare autoritario ma con il supporto di un’evidenza scientifica ultima e di una pratica clinica consolidata. 

La letteratura più recente fa riscontrare casi eccezionali in cui situazioni di frattura verticale di radice vengono risolti con gli intrugli più straordinari: in merito vidi anche un giapponese che, nella notte dei tempi legava i due frammenti con le legature metalliche ortodontiche. E funzionavano. 

Articoli più recenti si affannano a trovare mezzi, la Cone Beam CT su tutte, per diagnosticare in anticipoquesta deprecabile evenienza clinica; è tale poiché, come ben dimostrato da vari ricercatori, lo sviluppo di specie batteriche particolarmente aggressive porta a una distruzione del tessuto osseo massiva che, per essere ripristinata, non di rado comporta l’utilizzo di metodiche rigenerative tutt’altro che semplici. Personalmente ebbi l’occasione assieme all’amico e collega prof. Marcello Maddalone dell’Università di Milano Bicocca di verificare quanti casi venissero inviati con richiesta di chirurgia endodontica, rivelatisi poi fratture verticali di radice, alcune delle quali a partenza apicale. Non un numero irrisorio. 

Non è un caso quindi che gli esperimenti in questo ambito possano essere di varia natura ma, al di là dell’estemporaneità degli stessi, la risoluzione di questi casi sia limitata a ipotesi piuttosto che a certezze consolidate. 

Non di rado mi vengono in mente i racconti di mio padre su un’odontoiatria di frontiera quale era quella della fine degli anni cinquanta. Un grande cattedratico, si dice il peccato non il peccatore, nell’atto di visitare un paziente, di fronte a uno stuolo di specializzandi riverenti, esclamò: “Uelà, chi l’è che l’ha fa chela truiada inscì?” (Scusi chi ha fatto questa troiata?)Il paziente, timoroso, abbassando lo sguardo rispose: “Me l’ha fada lù, Prufesur, vint’ann fa!”Il grande cattedratico, rivolgendosi agli specializzandi confusi, senza tradire nulla del suo austero portamento, virando dal milanese all’italiano: “Vedete ragazzi, in bocca anche le troiate durano vent’anni!”.

Così è per le riparazioni di quelle che in codice chiamiamo VRF e che sono sinonimo di … esperimento personale, magari efficace in un ristretto numero di casi, o di dente da estrarre.

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