Come si valuta la credibilità delle pubblicazioni scientifiche? Ad interrogarsi è il prof. Gagliani nel suo Agorà del Lunedì
Quando ho iniziato a scrivere dei lavori scientifici non conoscevo le regole del gioco, agivo con rudimentali idee e sconoscevo un mondo che, per la gentile disponibilità di molti colleghi, si è successivamente rivelato. Non che io sia un fuoriclasse, anzi. Ma ho capito molte cose.Come in tutti i processi che ricercano la verità assoluta, quella della credibilità delle riviste scientifiche rimane un problema di grande complessità che, ma è parere personale, rimane irrisolto.
Problema successivamente acuito dall’enorme diffusione, su motori di ricerca e database scientifici di sicura rispettabilità, di riviste cosiddette “a consultazione libera”.Se noi digitiamo, nel più conosciuto archivio digitale scientifico che risponde al nome di PubMed, la frase “Dental Caries Prevention” ci accorgiamo che la prima rivista a comparire è quella dell’Associazione dei medici Nepalesi. Ora, con tutto il rispetto, un cristiano che voglia trovare degli argomenti e/o delle informazioni per documentarsi sul tema si dovrebbe destreggiare in questa palude.
Concorrono a moltiplicare i mondi delle pubblicazioni scientifiche le sigle: Impact factor e H-Index, sigle diverse che hanno scopi diversi. Si sente spesso dire: la nostra rivista è “impattata”, neologismo misto ad anglismo per dire che una rivista ha Impact Factor (IF), ovvero la nostra rivista ha articoli che vengono citati spesso da altri articoli tanto che il valore dell’indice è alto. Avere IF è titolo di merito, essere inseriti nel novero è argomento troppo delicato per essere commentato in queste modeste righe.
Tra i ricercatori, invece, è molto popolare l’H-index, una sorta di “celodurismo”, che qualifica la rispettabilità scientifica del singolo e della sua produzione, tanto più alto l’ H, tanto più credibile l’autore. Ai “party di gala” c’è chi frequenta solo degli H-indexati del suo livello, oppure ne fa sfoggio per i motivi di cui sopra. Ma anche in questo contesto le riviste che contribuiscono al valore sono quelle di una specifica consorteria.
Certo, i criteri di selezione dei docenti sono legati agli indici, ed essi rappresentano un elemento di scrematura, ma gli indici vengono sempre variati tanto che, recentemente, è comparso Google-Scholar… e avanti Savoia. Così capita di leggere: “Attualmente non esiste un metodo matematico generalmente condiviso e valido per la valutazione della ricerca” da Wikipedia…sarà credibile?
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