Tra tutti, quello del giudizio è sicuramente il dente con il rapporto più squilibrato tra importanza della funzione e ingombro nella comunicazione medico-paziente. Il numero di ore spese per spiegare se e perché estrarlo e le eventuali conseguenze è una grandezza che tende all’infinito. Ma come se tutto questo gran parlare non fosse sufficiente, c’è anche chi a questo dente dedica una mostra permanente di opere artistiche. Padre di questa “giudiziosa” idea è Giancarlo Gabelli, un odontoiatra milanese appassionato di arte.
Come e quando hai cominciato a interessarti di arte moderna?
In realtà questa mia passione risale a molti anni addietro: tant’è che nella mia bibliote- ca ci sono anche cataloghi di mostre, realizzate a Roma, Firenze e Venezia, alle quali ho assistito a partire da settanta fa. È stato proprio questo mio interesse a far sì che, a seguito di una serie di eventi più o meno fortunosi, sia riuscito a entrare nell’intricato universo artistico.
Come ti è venuta l’idea guida della mostra?
A un certo punto ho sentito la necessità di mescolare l’universo artistico con quello medico e di trovare tra loro un punto di contatto. Dovevo realizzare un evento capace di racchiudere l’essenza del mio lavoro, una scienza dominata dalla manualità, e l’espressione artistica, un fatto fortemente gestuale originato da procedure intellettuali che eludono il pensiero. In un certo senso, due realtà specularmente sovrapponibili.
Trovare un punto di contatto è cosa di tutti giorni per chi usa cunei e matrici…
E invece, tra queste due attività non è stato facile. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a pensare ad alcun materiale o oggetto che fosse utile allo stesso modo per le due pratiche. Allora mi sono chiesto perché non cercare qualcosa di specificatamente correlato alla mia professione, ma in grado di solleticare la fantasia artistica. E così la scelta è caduta sul dente del giudizio, un componente anatomico divenuto ormai un inutile orpello prossimo all’estinzione. Su di esso, povero rimasuglio dell’evoluzione dell’uomo, i miei amici artisti si sarebbero sbizzarriti per reinventarlo, donandogli un’inedita dignità. E il procedimento è ben visibile sul sito www.ilgiudiziodigabelli.it.
Gli artisti erano già tuoi pazienti o sei andato a cercarli quando hai avuto l’idea?
Con ognuno di loro ho intessuto negli anni un legame di amicizia e di reciproco rispetto. E ciò ha significato immancabilmente l’ingresso di qualche loro opera nel mio “deposito d’arte”, come amo descriverlo. Un atteggiamento questo che ho tenuto non solo nei confronti degli artisti ma anche di galleristi e critici d’arte. Al punto da trasformare il mio piacere in quella che oggi molti considerano una vera e propria collezione. Era ovvio che questa idea avrebbe incuriosito e stimolato la quasi totalità dei miei amici artisti.
Il progetto ha preso vita più di quattro anni fa ed è stato incredibile vedere con quanta coerenza abbiano reagito al mio dettato, pur nel totale rispetto della loro poetica espressiva, quasi che, per incanto, a ognuno fosse venuta la stessa idea nel medesimo momento. D’altra parte l’incondizionata partecipazione a un tale bizzarro progetto la dice lunga sul legame che mi unisce a ciascuno di loro.
Che ne sarà delle opere? Hai intenzione di creare un’esposizione permanente, magari trovare un museo che voglia ospitarti?
Allo stato attuale tutte insieme vanno a comporre una sola inscindibile opera, disponibile a chiunque abbia intenzione di “noleggiarla” per l’uso che desidera. Naturalmente studi dentistici, cliniche universitari, o situazioni congressuali odontoiatriche sembrano essere le sedi più indicate. Al momento siamo in trattativa a New York e a Tokyo; se tutto andasse per il meglio, quello che pareva un gioco si tramuterebbe in un evento davvero interessante. Parlare di museo mi pare eccessivo, anche se, in realtà, la bellezza delle opere e l’importanza dei singoli artisti elevano questo pazzo progetto a qualcosa che ne sarebbe pienamente degno. A tutti loro vorrei rivolgere un formale ringraziamento ma, in special modo, un unico fortissimo abbraccio.
GdO 2010;5
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