“Ruvido, concreto, aperto alla cultura del suo tempo”. Così ricordano gli Amidi di Brugg Carlo De Chiesa. Fondatore e presidente dell’Associazione, De Chiesa è stato un esponente di primissimo piano dell’odontoiatria nazionale e internazionale. Lui, figlio di titolare di laboratorio, è fra i primi relatori italiani, insieme a Giancarlo Pescarmona, a essere stato invitato a parlare oltre Oceano, sul palco prestigioso delle società scientifiche dell’American Dental Association, e a frequentare i Congressi del Midwinter Meeting della Chicago Dental Society.
Negli anni settanta e ottanta, De Chiesa era sinonimo di Saluzzo, sua cittadina natale in provincia di Cuneo, dove con Giancarlo Perscarmona ha fatto incontrare migliaia di dentisti con il gotha dell’odontoiatria mondiale.
L’amicizia con Pescarmona, pur essendo “conterranei” nasce all’università Ècole de Medecine Dentaire di Ginevra, dove sta perfezionando i propri studi con la specializzazione. Nei pressi (a Losanna) c’è anche Augusto Biaggi. Da quella casuale triangolazione nasce la “Scuola di Saluzzo”, dove, fin dal 1958, vi si sono trasferiti i corsi di Brugg. A De Chiesa e Pescarmona, si aggiunge l’astigiano Riccardo Garberoglio, per la conservativa, e poi quanti faranno grande l’odontotecnica italiana, da Pier Giorgio Bozzo a Sergio Barale, i fratelli Garotti. Fin che potrà, darà una mano lo stesso Biaggi, portando a 8-10 corsisti a settimana le potenzialità della Scuola, con un’area di insegnamento che copre tutta l’odontoiatria pratica, a eccezione di ortodonzia e parodontologia.
È uno splendido quindicennio per Saluzzo, un cenacolo di studio divenuto punto di riferimento culturale “per chi intende vivere la professione, coniugandola con l’umanesimo e l’amicizia”. Incontrandolo per fargli una intervista per la rivista Protech, De Chiesa mi salutò ringraziandomi di avergli fatto rivivere 50 anni della sua vita professionale, che definì “una bella fiaba”. Carlo De Chiesa si è spento nella sua casa di Saluzzo il 23 ottobre 2010.
Piergiorgio Bozzo
Esistono anni che si ricordano come tappe importanti perché ti segnano la vita. Era il 1972 (lo so, parrebbe preistoria, eppure per me è come se fosse soltanto ieri), quando tre avvenimenti hanno segnato una svolta positiva nella mia vita: ho sposato la donna che amavo e ho amato più di ogni altra cosa al mondo, ho costituito la società con Sergio Barale - dove si è formata la mia crescita professionale ed è nata una grande amicizia - e ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare Carlo De Chiesa, uomo di immenso carisma e grande umanità.
Molte parole si potrebbero spendere sulle sue qualità e su quanto ha inciso nell’odontoiatria italiana e non solo. In lui ho però, soprattutto, ammirato la capacità di restare sempre un uomo con “i piedi per terra”, e ho capito che la vita non può e non deve essere solo monotematica, ma un insieme di attività e valori che sempre vanno coltivati e mantenuti. Quanti medici e tecnici ricordano con piacere e affetto i corsi tenuti a Saluzzo, culminanti con le cene da “Rebu”, dove De Chiesa, in veste di perfetto padrone di casa, miscelava il lavoro alle risate, il buon cibo e il buon bere alle canzoni intonate in coro. E così nascevano amicizie sempre più vere. Negli ultimi tempi sosteneva spesso che non avrebbe mai voluto essere celebrato con “memorial” a lui dedicati perché...
Stia tranquillo, dottor De Chiesa, per quanto mi riguarda lei è ancora qui tra noi, mentre entra ed esce da uno studio all’altro, arriva in laboratorio e sento il suo “Giorgio, vieni” e mi tira bonariamente le orecchie per un colore non troppo riuscito...
Dal profondo del cuore grazie, davvero grazie di tutto, dottor Carlo De Chiesa.
Mario Iorio
Ho visto Carlo de Chiesa l’ultima volta a luglio 2010. Le sue condizioni di salute non gli avevano permesso di venire a Rimini e, allora, abbiamo pensato di fare un consiglio a Saluzzo, in modo da ritrovarci con lui la sera a cena. Eravamo in tanti intorno a quella tavola, tutti lì per il piacere di stare insieme a lui e con lo stesso piacere gli abbiamo regalato il dvd intitolato “A Carlo”.
Mi è rimasto il ricordo del Carlo di sempre, di quello che avevo conosciuto più di trent’anni prima: di un uomo sereno, schietto, sincero, sempre pronto a sorridere alla vita, con quell’ironia che dispensava a tutti, a lui per primo. E ricordo con tenerezza che mi chiedeva informazioni su cosa stavamo facendo e soprattutto come; con il desiderio di avere da me la conferma che gli Amici di Brugg fossero rimasti uguali a quelli di ieri: quelli che lui ci aveva affidato.
L’ultima sua apparizione sul palco di Rimini risale al 2008 ed è del tutto fortuita: quando lo presi sottobraccio insieme a Mario Fonzar e lo convincemmo a salire ancora una volta come centinaia di altre sul palco. Impresa non facile, perché Carlo de Chiesa ha avuto il privilegio di appartenere al primo gruppo di Amici che si è riunito a Milano il 15 maggio del 1958, che ha percorso tutte le tappe prima da allievo, poi da insegnante, con l’esperienza accumulata in tanti anni, che dà la forza interiore per guidare l’intera vita professionale. Bene, tutto questo si riassume in una gratitudine senza fine nei riguardi di Augusto Biaggi, ma induce anche a mettersi da parte, a saper quando è il momento di fare un passo indietro e dare le dimissioni in maniera perfetta, anche se lo statuto non te le richiede. Un grande uomo che già ci manca.
Cesare Robello
Carlo De Chiesa è stato un uomo speciale in tutto, ma principalmente nella capacità di anticipare i tempi con una lungimiranza incredibile mediata dal carattere lucido e pratico, soprattutto da uno spirito imprenditoriale cristallino. Chi trent’anni fa avrebbe gestito la propria “azienda” con il piglio del capitano d’industria? Imbarcando sé e i più stretti collaboratori sul primo aereo transoceanico, al fine di realizzare uno studio in America, con sala sperimentale di sterilizzazione? E di annoverare, appunto fra i suoi collaboratori, non solo i relatori e gli allievi di Saluzzo, ma anche i maestri statunitensi più in auge dell’epoca, da Stuart a Peter Thomas?
Solo da lui e pochi altri poteva venire la rivoluzione del compromesso al massimo livello, fra gli ideali dell’origine associativa e la necessità del primum vivere, della possibilità concreta che quegli ideali possano essere messi in pratica. E sopravvivere. Come le tecnologie, i Corsi a distanza sul piccolo schermo e poi in quello sempre più grande; l’aggiornamento e il dibattito scientifico posto sulla bilancia (a volte con malcelato “scandalo”) a far da giusto contrappeso a quello merceologico nella mostra riminese organizzata da Unidi o financo in workshop commerciali, mutuati anch’essi dalle grandi kermesse americane. Quando penso a lui lo vedo sempre identico a se stesso, indice di forte personalità; ma anche con un viso solo per tutti e questo è indice di senso della giustizia. Verso il paziente che scende dall’auto con chauffeur, come verso quello che ha scritto in faccia i sacrifici per sedersi sulla sua poltrona. Ma appeso il camice, lo ricordo ancora così, sorridente e un po’ enigmatico, che se ne stesse al bar, sul campo di bocce o sul green. Una semplicità disarmante la sua. Per me Carlo De Chiesa è stato un uomo generoso a 360°. Sapeva ascoltare, valorizzare al massimo il lavoro dei collaboratori e dare il giusto valore al tempo e agli sforzi altrui.
GdO 2011;6
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