Una laurea, una specializzazione, una lunga serie di corsi con famosi ortodontisti, tanto tempo sottratto alla famiglia. Come minimo uno si aspetterebbe una sostanziosa ricompensa economica, oltre che la sicurezza di essere ben preparati. E, invece, c’è chi si accontenta dello stipendio di medico ospedaliero e non fa nemmeno una consulenza, un extramoenia, un dopolavoro. Per carità, con la crisi di oggi tanti si metterebbero in coda per un fine mese sicuro e dignitoso ma, per chi ha visto i tempi d’oro, la scelta rimane quanto meno poco comprensibile. Le ragioni possono essere diverse. Ci spiega le sue Paola Strazioso, una delle prime laureate in odontoiatria, che dal 1988 ha scelto di lavorare solo in ospedale.
Dottoressa Strazioso, perché questa scelta?
Non volevo rinchiudermi tra le quattro mura di uno studio: sentivo la necessità di arricchirmi stando a contatto con altri colleghi e soprattutto facendo attività clinica. All’università avrei potuto continuare il dottorato, ma la ricerca pura mi avrebbe privato del contatto umano con i pazienti. Così non appena ho potuto, ho scelto il tempo pieno all’ospedale George Eastman di Roma.
Dentista pubblico da subito, quindi?
A dire la verità, subito dopo la laurea ebbi anche qualche esperienza come consulente ortodontista in alcuni studi, ma questo non fece che rafforzare la mia preferenza verso l’attività pubblica. Qui mi sento libera da ogni condizionamento economico o conflitto di interessi, come si usa dire oggi. Questo vuol dire che propongo ed eseguo un trattamento ortodontico solo se lo ritengo necessario, in base allo stato clinico del paziente.
Nel privato non è così?
Purtroppo non sempre. Non sto dicendo che i dentisti privati cerchino di vendere apparecchi ortodontici a chiunque possano, ma è chiaro che lo studio è una piccola attività imprenditoriale e, quindi, può capitare di scendere a compromessi con gli obblighi che la deontologia impone verso pazienti e colleghi. Qualcuno poi arriva addirittura a comportamenti illeciti: a me, per esempio, capitò anche di lavorare e poi di sentirmi negare il compenso dovuto.
Il libero professionista è un po’ come un businessman, quindi?
Secondo me, sì. Bisogna avere anche l’animo dell’imprenditore e lo dico pure per esperienza familiare, vedendo la differenza che c’è tra me e mio fratello che lavora nel suo studio. Sempre parlando di famiglia, una delle ragioni per cui ho preferito l’attività pubblica è anche quella di avere meno incombenze e di avere più tempo da dedicare ai figli.
GdO 2010;9
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