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25 Gennaio 2010

Siamo medici o…?

di Cosma Capobianco


In un articolo pubblicato due anni fa su questo Giornale campeggiava la domanda “Siamo medici o estetisti?” a proposito di certi eccessi della moderna ossessione per la perfezione dell’apparire.
L’occasione di tornare sull’argomento ci è offerta da Massimo Guidarelli, dentista romano, che poco tempo fa ha esaudito la curiosa richiesta di una giovane paziente, studentessa di psicologia e aspirante criminologa, che ha voluto allungare i suoi canini superiori di circa 1,5 mm.


Dottor Guidarelli, ci racconti come e, soprattutto, perché…
Sono partito dal principio Primum non nocere: l’allungamento in composito delle cuspidi dei canini superiori è una prestazione reversibile. Ho fatto una diagnosi completa sia clinica (includendo anche la postura) che strumentale (comprese radiografie, montaggio su articolatore a valore medio, ceratura diagnostica). La presenza di diastemi di circa 2,5 mm tra canini e premolari inferiori permetteva l’allungamento senza nessuna compromissione funzionale. Poi ho raccolto il consenso informato per iscritto e con approvazione verbale dei genitori. Aggiungo anche che la ragazza è mia paziente da diversi anni e i genitori sono amici di vecchia data. Ho svolto anche un’attenta anamnesi e ho avuto un colloquio con i genitori per valutare la personalità.
Scherzando, verrebbe da dire una personalità da vampiro…
Non si è trattato di una richiesta per emulazione o per identificarsi in un gruppo o per mettersi in evidenza o farsi pubblicità, ma della possibilità di realizzare una completezza personale soggettiva maturata già da molto tempo e manifestata con molta naturalezza. Ho ascoltato attentamente le sue emozioni e preso atto della sua “ visione “, mi ha confidato riflessioni, aspettative e soprattutto il suo “progetto“ che prevede il “bisogno“, inteso quale necessità di qualcuno che lo supporti.
La saga di Twilight allora non c’entra?
No, non esistevano motivi di emulazione verso persone, gruppi o eccessivo desiderio di attenzione. Richiesta condivisa con i genitori, reversibilità e innocuità della prestazione, maturità della paziente, naturalezza nel risultato finale mi hanno portato a esaudire questa richiesta.
Alla fine soddisfatto anche il dentista?
La frase “ora mi sento meglio“ detta al termine della cura mi è sembrata la maggiore soddisfazione. È necessario comunque sottolineare che si tratta di un “caso clinico” che rimane unico e irripetibile.
Secondo alcuni, desideri e necessità del paziente dovrebbero essere sempre ben distinte per non passare da uno studio medico a un negozio di estetista. Qual è la sua opinione dopo questa esperienza?
Ritengo che l’individuo sia il protagonista della propria esistenza e l’operatore sanitario non sia un semplice erogatore di consigli e terapie ma si ponga con la sua competenza come interlocutore in una relazione di domanda e offerta dove deve approfondire lo studio della personalità del paziente e non sempre può esaudire la sua richiesta. Si deve riportare la parola “cura” al suo significato più pregnante: non solo terapie e trattamenti, ma anche affrontare ogni tipo di problema non come fatto isolato dell’esperienza dell’individuo, ma come una condizione della sua esistenza. In termini heideggeriani si può sostenere che la “cura” in questo nuovo e più ampio significato affronta la salute come modo “di esserci al mondo“, come aver cura di se stessi comprendendo la relazione profonda che lega in modo indissolubile l’esistenza umana alla temporalità. Ci si può accorgere di cambiamenti non registrati, di desideri messi da parte; non si tratta di “abbassare il tiro dei propri desideri“, ma di ridefinirli a partire dalle mutate condizioni. Il bisogno del paziente di sentirsi considerato non è da trascurare: farlo sentire una persona credibile con la sua personalità è forse più importante che considerarlo solo come un numero. Infine, non dimentichiamo che tra le aspirazioni di ognuno di noi c’è quella di essere bello per piacersi e per piacere al prossimo.

GdO 2010;1

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