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02 Agosto 2010

L’effetto Csi

di Debora Bellinzani


Vi sono situazioni in cui il Labanof è chiamato a identificare individui anche in assenza di elementi fisici da analizzare. Succede quando l’identificazione deve essere effettuata partendo da immagini o filmati, per esempio nei casi in cui gli autori di rapine o altri crimini vengono ripresi da telecamere e gli specialisti devono valutare se le fattezze del viso e del corpo dei sospettati corrispondono a quelle visibili nel filmato.
Il caso in cui “l’assenza” degli elementi di analisi riguarda in particolare i denti è quello del morso: “Capita che ci venga richiesto di identificare una persona attraverso l’impronta del morso, in genere dalle tracce lasciate sulla pelle della vittima in caso di abusi o maltrattamenti. È successo, per esempio, di analizzare i morsi su una bambina di 13 mesi per verificare se fosse fondato il sospetto di abusi, per poi scoprire che i segni corrispondevano effettivamente a morsi, ma che il “colpevole” era uno dei compagni di asilo, dal momento che le impronte potevano essere compatibili solo con un bambino molto piccolo.
In un’altra indagine venne richiesta la consulenza del Labanof perché le tracce presenti sul cranio di un uomo deceduto potevano far pensare ai segni lasciati da colpi inferti: l’analisi ha invece rivelato che le ferite erano compatibili con i denti del cane che probabilmente aveva cercato invano di risvegliare il suo padrone”. Se la conclusione appare semplice, la strada per arrivarci non lo è stata dal momento che è stato necessario trovare un materiale che consentisse di ottenere velocemente l’impronta del morso di un cane “poco collaborativo”.
Parte del lavoro degli specialisti del Labanof consiste anche nel combattere quello che è stato definito “l’effetto Csi”, ossia l’erronea impressione, rafforzata dalle serie televisive poliziesche più recenti, che i resti umani possano fornire risposte certe a tutte le domande. “L’immagine televisiva di professionisti che riescono a risolvere qualsiasi caso con l’analisi dei resti umani è ormai molto radicata, non solo nelle persone che non hanno poi a che fare con il nostro lavoro, ma anche in chi è chiamato a intervenire nelle indagini o a giudicare gli autori dei crimini. Non è raro infatti trovarsi davanti alla richiesta di ricavare dalle analisi informazioni che in realtà non sono ottenibili: se da un lato è vero che in determinate condizioni è possibile risalire all’età, al sesso e alla razza di un individuo, arrivare all’identificazione di una persona deceduta o dell’autore di un reato oppure ricostruire la dinamica di un crimine, dall’altro è vero anche che il risultato dell’analisi non è sempre una certezza, ma può invece corrispondere a probabilità. È importante inoltre ricordare che, pur utilizzando tecniche microscopiche per l’analisi dei tessuti o software per la ricostruzione delle fattezze, è poi sempre il professionista a valutare e interpretare i risultati e, per esempio, ad abbinare un corpo a un’identità oppure a ipotizzare la dinamica di un crimine.” Tra le attività del Labanof vi è infine l’impegno per la realizzazione di una banca dati che renda possibile incrociare le informazioni relative ai corpi rimasti senza nome con le descrizioni delle persone scomparse. “Al contrario dei compiti ‘impossibili’ che talvolta ci vengono richiesti, questa è un’operazione complessa, ma fattibile, che fornirebbe un aiuto importante per giungere a un’identificazione certa in casi che difficilmente potrebbero giungere alla soluzione.”

 
 

GdO 2010;7

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