Un sindacato o associazione di categoria che raccoglie oltre il 50% degli esercenti può essere benissimo paragonato al partito di maggioranza di un Governo e come tale il cambio al vertice è da seguire con attenzione. Domani, sabato 26 maggio, i delegati ANDI saranno chiamati a votare il loro nuovo Presidente e di conseguenza l'Esecutivo Nazionale, tra tre candidati; l’esito elettorale è più che mai incerto e si giocherà, probabilmente, sul filo di poche decine di voti.
Nell’Assemblea dei soci in corso oggi a Roma, il Presidente Gianfranco Prada (nella foto) con la sua relazione ha ripercorso i suoi 8 anni di mandato e salutato i delegati non senza commozione. Nonostante i tre candidati alla presidenza siano, o siano stati fino allo scorso anno, membri del suo Esecutivo, solo la candidatura del dott. Rocchetti è nel segno della continuità, quelle dei dott. Ghirlanda e Mirenghi andrebbero a chiudere di fatto un ciclo che durava da 15 anni: prima con la presidenza Callioni, quando Prada era il Segretario sindacale, e poi con i suoi due mandati da Presidente Nazionale. Non potevamo non cercare di fare un bilancio della sua presidenza, che ha segnato di fatto l'utimo decennio del settore, in attesa di sapere quale sarà l'ANDI del futuro.
Presidente Prada che ANDI lascia?
Un’ANDI in salute e più che mai viva, rispettata e considerata anche dalle istituzioni. Ogni anno del mio mandato ha registrato un incremento del numero di soci, i bilanci economici sono buoni, l’organizzazione interna pienamente operativa.
Con ormai 25.500 soci siamo il sindacato in area medica con il numero più alto di iscritti, sediamo a tutti i tavoli ministeriali, sia per quanto riguarda le questioni inerenti alla salute che per quelle dei datori di lavoro e dei professionisti.
Un’ANDI però divisa al suo interno, il suo Esecutivo si è frammentato in tre liste differenti?
Non credo sia un’ANDI divisa. Queste elezioni dimostrano come la mia presidenza non sia stata verticistica, avrei potuto lavorare negli ultimi anni per imporre un presidente, “blindando” la sua elezione, ma ho preferito impegnarmi nel lavoro quotidiano per i soci.
Io credo nel confronto e sono convinto che siano i programmi e le idee a prevalere e soprattutto la volontà dei Soci, coloro che liberamente ogni anno rinnovano la fiducia nel nostro operato, associandosi, e dimostrano la correttezza della linea sindacale.
Però una delle critiche che le pongono è proprio quella di non aver dato spazio alla volontà delle sezioni.
Mi sembra uno di quei luoghi comuni che viene tirato in ballo quando non si hanno argomenti e si vuole comunque solo sensibilizzare gli scontenti. Ogni decisione che abbiamo preso deriva da decisioni collegiali, coinvolgendo il Consiglio delle regioni, informando e raccogliendo pareri dai Dipartimenti e dalle Sezioni attraverso i Consigli Nazionali.
Quando queste decisioni erano su temi cruciali che avrebbero profondamente modificato le scelte dell’Associazione, abbiamo convocato assemblee o congressi politici. Però, diverso è pretendere di ottenere il consenso unanime sulle questioni.
Questo per un’Associazione con oltre 400 dirigenti e 25 mila soci è impossibile e si rischia di non poter fare nulla. In democrazia è la maggioranza che decide; certo la minoranza che non si trova d’accordo con quanto approvato si sentirà esclusa, ma non può certo dire di non essere stata informata o coinvolta.
Lei ha scelto di ricandidarsi con Rocchetti, come mai?
Ho accettato la richiesta di Mauro Rocchetti e fornito la disponibilità a mettere a disposizione le mie competenze e conoscenze non direttamente nell’Esecutivo Nazionale ma come Vicepresidente eletto dal Consiglio delle Regioni, l’organismo che fa da raccordo tra il Nazionale e le Sezioni.
Considero Mauro Rocchetti il candidato ideale per guidare la nostra ANDI, per la sua competenza, correttezza, capacità di lavoro e aggregazione e la sua squadra quella più indicata a portare avanti l’opera sin qui svolta; in ogni caso sarò disponibile a guidare il “passaggio di consegne”, ovviamente se i presidenti dei Dipartimenti regionali ANDI mi eleggeranno.
Quando otto anni fa è stato eletto, possiamo dire che la vostra professione era totalmente diversa da quella di oggi?
Magari totalmente non è la parola corretta ma possiamo certamente dire che era diversa. Il mio mandato è coinciso con la profonda crisi che ha colpito tutta l’Europa in tutti i settori. Una crisi che ha modificato l’assetto economico e sociale del nostro paese.
Anche la nostra professione ne ha risentito, scontando anche un cambio di mentalità dei colleghi più giovani che non se la sentono, per vari motivi, di intraprendere le sfide che l’essere titolare di uno studio odontoiatrico comporta.
Come ANDI abbiamo lavorato molto per agevolarli e supportarli. Certo io mi sono sempre battuto per tutelare e sostenere in ogni sede e ambito il nostro modello di riferimento, che è quello libero-professionale, e per difendere i nostri spazi dall’invasione di altre figure.
Una battaglia politica che ha vissuto più luci o più ombre?
Oggettivamente più luci a cominciare dal fatto, non contestabile, dell’intensa attività lobbistica svolta. Quando sono stato eletto presidente, ANDI faticava ad andare a parlare a un politico, lo si faceva per interposta persona, per conoscenze.
Ci siamo dotati di un ufficio politico e oggi ANDI è ricevuta dai ministri, dai sottosegretari, in Parlamento. Negli ultimi anni non solo abbiamo presentato moltissimi emendamenti, ma siamo riusciti a farli discutere in Commissione e alcuni sono diventi legge.
Da quanto si chiedeva l’inasprimento delle pene per abusivi e prestanome? L’articolo presente e approvato nella legge Lorenzin è quello presentato da ANDI, e non era così incisivo nella bozza iniziale.
Sul decreto Concorrenza avete subito una battuta di arresto?
Se fa piacere crederlo diciamo così. Il Ddl Concorrenza non conteneva nessuna norma sull’odontoiatria. I nostri emendamenti hanno sollevato il problema, il Parlamento si è dimostrato sensibile ma non ha voluto accogliere in toto la nostra richiesta, pressato dalle potenti lobbie dei fondi di investimento che lucrano sulla salute degli italiani. Alla fine ha trovato un compromesso, obbligando le strutture commerciali a utilizzare un direttore sanitario diverso per ogni clinica, pensando che potesse svolgere quella funzione di controllo e garanzia verso i cittadini da noi invocata.
Il fatto che la legge Concorrenza abbia sdoganato le catene è poi la più grossa fake news che ho sentito in questi mesi. La norma dice chiaramente che l’esercizio dell’odontoiatria può essere svolta in forma societaria secondo le norme vigenti: per noi le norme vigenti dicono che possono essere attivate solo le StP.
Quando sono diventato segretario sindacale 15 anni fa Vitaldent aveva aperto già le sue prime cliniche. Quindi cosa ha sdoganato il Ddl Concorrenza? Noi siamo riusciti a porre il problema in Parlamento, a sensibilizzare la popolazione e a ottenere pareri che sostengono la nostra tesi.
Non è però nei poteri di ANDI fare rispettare una legge che per noi è estremante chiara e vede l’impossibilità per il capitale di detenere la maggioranza in una società odontoiatrica.
Cosa rimpiange?
Ovviamente molte cose, chi cerca di fare vorrebbe riuscire a portare a casa il più possibile per la professione.
E di cosa è soddisfatto?
La cosa meno banale di quanto possa sembrare è di essere stato il primo Presidente ANDI laureato in odontoiatria; chiunque sarà il prossimo Presidente ANDI sarà nuovamente un laureato in medicina
Poi chiaramente aver ottenuto il grosso risultato politico dell’approvazione delle norme contro l’abusivismo, una piaga che ANDI combatte da quando è nata.
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